DJANGO UNCHAINED

DJANGO UNCHAINED

Mettiamola così. “Lincoln” di Steven Spielberg è un magnifico film, che appassiona anche i meno inclini ai dibattiti politici e all’arte del compromesso. Ma il film che fa urlare contro la schiavitù, mostrandone tutto l’orrore, è “Django Unchained” del più frivolo collega Tarantino. Nessuna violenza viene risparmiata, dalle frustate alle mute di cani alle “fornaci”, bare roventi usate per punire i disobbedienti e i fuggiaschi. Ma poi arriva la vendetta, eccome se arriva, sulla scia di “Bastardi senza gloria”. La schiavitù sarà anche nel prossimo film di Steve McQueen, il regista britannico e nero di “Shame”. Intitolato “Twelve Years a Slave” – come l’autobiografia di Salomon Northup, che viveva libero a New York e con l’inganno fu deportato in una piantagione della Louisiana – ha nel cast Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch della serie “Sherlock” e Quvenzhané Wallis, nove anni e già candidata agli Oscar per “Re della terra selvaggia” (così uscirà nelle sale “Beasts of the Southern Wild” di Benh Zeitlin, il 7 febbraio). Liberato dai tarantinati che fanno a gara per scovare in “Django Unchained” ogni possibile citazione, litigando perché uno dice western all’italiana e l’altro ribatte cinema di Hong Kong (quando si dice “vedere gli alberi e tralasciare la foresta”), il film trascina e incanta nonostante la lunghezza. Ha personaggi eccentrici e ben disegnati, come l’ex dentista tedesco Christoph Waltz che ferma il carrettino con un gigantesco dente sul tettuccio per raccontare allo schiavo Jamie Foxx l’amore tra Brunilde e Sigfrido. Un western all’italiana con la saga dei Nibelunghi francamente non si era mai visto, e basterebbe questo per liberare Tarantino dalla discendenza di Sergio Corbucci. Non importa se è il regista medesimo a rivendicarlo: ognuno si diverte come vuole, alle conferenze stampa, ma poi contano i film. L’omaggio a Franco Nero, per esempio, si poteva togliere senza danni. Non si può dire lo stesso della strepitosa scena con i precursori del Ku Klux Klan: irrompono a cavallo con i cappucci, i buchi per gli occhi sono fatti male, ne nasce un comico battibecco. Vergogna ai giurati degli Oscar per non essersi accorti della bravura di Leonardo DiCaprio, crudele proprietario di Candyland. Sa di frenologia e studia le fossette nei crani, altra cosa mai vista in un film di serie B.

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