LA SCOPERTA DELL’ALBA

LA SCOPERTA DELL’ALBA

Ricordiamo benissimo che era pomeriggio, nella sala più sgangherata del Festival di Roma. Ricordiamo perfino il cortometraggio che garantì l’avanspettacolo: “Il turno di notte lo fanno le stelle”, regia di Edoardo Ponti da un racconto di Erri De Luca. Enrico Lo Verso e Nastassja Kinski scalavano le Dolomiti, vestiti dallo sponsor, per tener fede a una promessa fatta in ospedale (l’intento era benefico, per aiutare i cardiopatici: ma non c’è scritto da nessuna parte che per beneficenza si debba recitare tanto male in un film con tutte le stimmate – autodichiarate e non certificate - dell’arte). Questo per dire che eravamo ben disposti, peggio di quel corto sarebbe stato difficile. E pur non essendo fan di Walter Veltroni romanziere, né del suo telefono di bachelite che mette l’archivista Giovanni Astengo in comunicazione con il proprio passato, pensavamo che l’esperienza non sarebbe stata troppo dura. Sapevamo che Giovanni Astengo era diventato Caterina Astengo, docente universitaria non più alle prese con le scartoffie. Sapevamo che l’attrice era Margherita Buy, con la sua gamma di espressioni da “molto nevrotica” a “poco nevrotica” passando per “normale nevrotica”, quindi non potevamo aspettarci da lei grandi cose. Però Susanna Nicchiarelli aveva diretto “Cosmonauta”, film con un’idea originale e un po’ di autoironia (verso se stessa regista e verso le nostalgie della sinistra che diceva “cosmonauta” perché “astronauti” erano gli odiati americani). Insomma c’era il caso che ne uscisse un lavoro dignitoso, visto e considerato il finanziamento e la certificazione “Film di interesse culturale nazionale”. Macché: c’è un telefono di bachelite nella casa al mare, e Margherita Buy che parla con se stessa bambina e già smorfiosa. Nel 1981, giusto una settimana prima che il padre scomparisse (il lutto non è ancora stato elaborato, forse la vendita della casa al mare servirebbe, intanto Caterina-Buy si barcamena tra il compagno Sergio Rubini e la botta-e-via Lino Guanciale, figlio dell’amico di papà rapito dalle Brigate Rosse). Nella foga, il film non è esattamente un capolavoro e tende all’umorismo involontario (no, non i Gatto Ciliegia: esistono e danno concerti), si tenderebbe a buttar via l’unico dettaglio realistico: i rapporti poco chiari intrattenuti dagli intellettuali di sinistra con i terroristi che rapivano e sparavano. 

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