CLOUD ATLAS

CLOUD ATLAS

“Tutto è connesso” sta scritto sul manifesto del film girato dai fratelli Wachowski (un fratello e una sorella, al momento: Larry ha cambiato sesso e si fa chiamare Lana) assieme al tedesco Tom Tykwer. “Only connect” è invece il motto che il romanziere Edward Morgan Forster aveva messo all’inizio di “Casa Howard”. Due frasi e due visioni del mondo, per metterla giù pesantina (comunque, non più pesante dei libri scritti per spiegare a chi si era distratto durante le lezioni su Cartesio la filosofia di “Matrix”, la pillola rossa e la pillola blu). Noi stiamo con Edward Morgan Forster, che amiamo da quando cominciò le sue conferenze letterarie con l’orgasmico grido: “Sì, sì… il romanzo racconta una storia!”. Siamo con lui, contro l’insopportabile rivale “tutto è connesso”, perché le connessioni, a questo mondo, le dobbiamo fare noi. In natura, luogo inospitale e caotico dove non vorremmo vivere, non esistono. “Only connect”:  “Basta connettere la prosa con la passione”, continuava Forster. Così nascono i romanzi, i film, la bella saggistica, il giornalismo brillante e tutte le altre cose per cui vale la pena di vivere. L’insopportabile frase rivale prevede invece che il mondo abbia le sue connessioni belle e pronte, che a noi tocchi solo scoprirle, e che tutto questo sarà rubricato nella categoria “il senso della vita, il ciclo dell’esistenza, la farfalla che non sta mai ferma e allora per forza si scatenano gli uragani”. “Tutto è connesso”: tre parole bastano per metterci in fuga. Non fosse che “Cloud Atlas”, inteso come film e anche come romanzo di David Mitchell (da Frassinelli con il titolo “L’atlante delle nuvole”), sta più dalla parte di Forster che della New Age. Smonta e ricompone sei bei film – vanno dall’Ottocento schiavista fino al futuro post apocalittico dove tutti ritorneremo pecorai – girati con il massimo rispetto dei generi cinematografici. Cose che in natura non esistono, come non esiste il cinema (dovrebbero ricordarselo i registi che usano il cinema per inneggiare alla natura, un mezzo meno tecnico li renderebbe più convincenti). Il copyright è umano al cento per cento, lo abbiamo inventato noi. In natura non esistono neppure attori che cambiano faccia, sesso, addirittura etnia. In natura non esiste il montaggio e non esistono le belle storie. Tolta di mezzo l’etichetta sbagliata, son tre ore quasi di puro e divertente cinema.

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