LA MIGLIORE OFFERTA

LA MIGLIORE OFFERTA

La premiata ditta Tornatore ha due linee: la sicula (“Nuovo Cinema Paradiso”, “Baària”, “L’uomo delle stelle”, “Malèna”, accentati come vuole il maestro) e l’internazionale (“Una pura formalità”, dalla trama che ancora ci sfugge, e “La leggenda del pianista sull’Oceano”). “La migliore offerta” è internazionale fin dal titolo, che in italiano suonerebbe “al miglior offerente”, così si aggiudica nelle case d’asta non anglosassoni. Resta il mistero di cosa siano la “crema bisbetica” e le “mandorle acide” elencate come ingredienti di una torta di compleanno (sospettiamo un lemon curd e le mandorle che da noi sono amare). La riceve Geoffrey Rush, il più a rischio tra gli attori che necessitano di polso fermo: solo John Boorman nel “Sarto di Panama” e Tom Hooper nel “Discorso del re” sono riusciti a smorzarne la tendenza alla gigioneria. Qui fa il banditore d’asta, conteso tra le migliori case. Guarda un quadro o una scultura, e subito scatta l’expertise (lo spettatore dovrebbe sentirsi piccolo piccolo, davanti a tanta sapienza, e invece comincia a trovarlo sopra le righe). Vive solo e mangia solo, le uniche donne che frequenta stanno nei quadri, ha una collezione di guanti che si leva solo per accarezzare gli oggetti antichi (a rigore, dovrebbero avere più microbi di un telefonino). “Mi sembri più pensieroso del solito”, gli dice un giovanotto aggiustatutto, incurante del fatto che in un film un’atteggiamento pensieroso lo si dovrebbe vedere, non sentirlo descrivere a parole. Ma lui non fa il regista, all’occasione ripara vecchi automi. Le rotelline gliele porta il banditore d’asta, dopo un sopralluogo alla Villa Misteriosa della Misteriosa Proprietaria che non arriva mai agli appuntamenti e dà ordini per telefono. Accade prima del “colpo di scena numero uno”: molti altri ne seguiranno, tanto che non potremo giurare su quel che è accaduto davvero (Donald Sutherland, per esempio, c’entra o non c’entra?). Chiunque si sarebbe messo in allarme un pochino prima, a sentire tanti discorsi sul vero e sul falso. Infatti lo spettatore si mette in allarme, anticipando il finale. In un thriller sarebbe disastroso, ma come scrive il regista nelle note d’imbeccata altri sono gli intenti: “Lo si potrebbe definire un film sull’arte intesa come sublimazione dell’amore, ma anche un film sull’amore inteso come frutto dell’arte”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi