LA REGOLA DEL SILENZIO

LA REGOLA DEL SILENZIO

Sul miglior film dell’anno siamo ancora indecisi: se la giocano “Moonrise Kingdom” di Wes Anderson e “Argo” di Ben Affleck; un bel piazzamento lo potrebbe avere “The Avengers” di Joss Whedon, e sicuramente c’è “Holy Motors” di Leos Carax (speriamo lo facciano uscire nelle sale italiane prima che tutti gli interessati abbiano già provveduto a scaricarlo: il pubblico di certi film vuole i suoi giocattoli subito, poi ne arrivano altri da mettere nella lista degli imperdibili). Sul film più ridicolo dell’anno abbiamo una certezza: è questo. Robert Redford aveva già messo a dura prova la nostra pazienza in “Leoni per agnelli”, dove faceva recitare con piglio da filodrammatica di paese perfino Meryl Streep. “La regola del silenzio” raggiunge vette finora mai toccate perfino da uno che si tinge i capelli lasciando qualche filo bianco nelle basette per fingere naturalezza, e sul manifesto del film si fa riprendere in tuta mentre corre: la faccia è stata così tanto piallata con il photoshop che ormai l’attore pare il gemello di Hugh Grant (ai tempi di “Quattro matrimoni e un funerale”, mica adesso). Quando corre nel film invece non sappiamo se allungargli un asciugamano, ricordargli che il jogging può uccidere più della sedentarietà, e che certi sprint fuori tempo massimo riescono meglio a Sylvester Stallone. Quando va a letto con Julie Christie - negli anni Settanta facevano parte dei Weatherman, gruppo che predicava e praticava la lotta armata, allora erano amanti e ora fanno un ripasso perché sono rimasti hippie e libertari - abbiamo pudicamente voltato gli occhi per non sghignazzare. Si ride un po’ meno quando Robert Redford regista fa i suoi proclami: “non ero d’accordo con le azioni dei Weatherman (presero il nome da una canzone di Bob Dylan: “non ho bisogno un metereologo per capire che il vento sta cambiando”) ma neppure con quelle dell’FBI che cercava di sgominarli”. Viene in mente la giainista che in “Pastorale americana” di Philip Roth va in giro con la mascherina per non disturbare i moscerini, poi mette la bomba all’ufficio postale perché per stoppare la guerra in Vietnam bisognava “portare il fronte sotto la porta di casa”. I guerriglieri in tanto hanno cambiato identità, e si capisce che Julie Christie è passata da un marito ricco a un altro marito ricco, sempre continuando a credere nella rivoluzione. Sulle loro tracce, oltre all’FBI, il reporter Shia LaBoeuf.   

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