COLPI DI FULMINE

COLPI DI FULMINE

Il primo episodio del cinepanettone nuovo modello – che non si può chiamare così perché il genere secondo chi lo produce, dirige e recita non è mai esistito, pura invenzione giornalistica – sta in una girandola di dichiarazioni. La prima di Christian De Sica, che vista la malaparata (devono avergli detto che all’anteprima non rideva nessuno) ha declinato ogni responsabilità: mi hanno affibbiato l’episodio meno comico, mi hanno fatto fare il romantico, ma chi può credere a una Luisa Ranieri innamorata di me sessantenne? Ci si crede, ci si crede, mica è questo il problema: il problema è che si capiva tutto dal copione, e magari c’era tempo per rimediare. Qualche settimana fa, sempre De Sica jr. aveva con più sbruffoneria dichiarato che nel suo episodio “un presunto evasore fiscale veniva scagionato, perché questo deve succedere nelle commedie natalizie, il lieto fine” (per l’ancor più lieto fine con un evasore costretto a pagare il dovuto non siamo ancora pronti). Si è espressa anche Arisa: “Io voglio imparare, per me la vita è un parco giochi, se mi danno la possibilità di fare dieci film posso imparare ogni volta una tecnica in più” (ma signorina, a noi spettatori non ci pensa? perché dovremmo pagare il biglietto per assistere ai tentativi di recitazione che dovrebbero restare nel segreto della sua cameretta?). Fortunatamente ci sono Lillo e Greg, che la gavetta l’hanno fatta, e nel secondo episodio sono smaglianti di bravura assieme a Anna Foglietta, pescivendola al mercato di Borgo Pio. Greg è ambasciatore presso la Santa Sede, conversa in parecchie lingue, ma quando si immamora a prima vista della ragazza dietro il banco del pesce resta senza parole. Viene in soccorso Lillo, nella parte del fedele autista che in servizio parla forbito, ma all’occasione dà lezioni di romanesco (e di camminata da coatto, e di pollici infilati dentro la cintura, e di indici puntati proprio lì). Non serviva Billy Wilder, per inventarsi una storia così, bastava un po’ di pratica con i meccanismi della commedia, magari la voglia di rovesciare “My Fair Lady”. Non la fioraia che deve perdere l’accento cockney ripetendo “la rana in Spagna gracida in campagna” (nell’originale “The rain in Spain stays mainly in the plain”) ma l’impettito diplomatico che deve imparare i gestacci, e in certe scene ricorda Dan Ackroyd.

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