IL SOSPETTO

IL SOSPETTO

Abbiamo sentito dire che è il film più intelligente in circolazione, etichetta piuttosto impegnativa. Aggiungete che si tratta di pedofilia, di un uomo accusato ingiustamente, di una cittadina scatenata contro il presunto colpevole (anche di amicizie maschili cementate dalla caccia o dai bagni nell’acqua gelata perché siamo in Danimarca, e del repentino voltafaccia appena la bimba dice di essere stata toccata, e chiunque subito crede alla voce dell’innocenza). Mads Mikkelsen – il perfido Le Chiffre dall’occhio iniettato di sangue nel primo James Bond con Daniel Craig, “Casino Royale” – riappare in tutto il suo splendore virile, con un taglio di capelli assassino, ed è stato premiato come migliore attore all’ultimo Festival di Cannes. Resistere è difficile, opporsi potrebbe essere inutile. Comunque ci proviamo, giacché “Il sospetto” – che nell’originale era intitolato “La caccia”, più in tono con la scena finale – sembra costruito come un teorema. Con le migliori intenzioni, a favore del calunniato, ma sempre di teorema si tratta. Non c’è nulla di male a cercare l’applauso, i premi, i titoli sui giornali. Si poteva fare senza squadrare il protagonista – maestro elementare appena divorziato, con figlio adolescente conteso all’ex moglie – con l’accetta. Esistono anche gli scalpelli o i ceselli, e comunque si tratta dello stesso Thomas Vinterberg che nel suo primo film, il bellissimo “Festen”, aveva messo in scena un padre pedofilo. Quando il figliolo ormai grande, per conto anche della sorella, gli chiede: “Papà perché l’hai fatto?”, il genitore risponde con un raggelante “Non eravate buoni a nient’altro”. Sappiamo per certo, oltre che da subito, che l’accusa è falsa, avanzata da una bambina seduttiva che regala al maestro cuoricini e pretende baci sulla bocca (“non c’è furia peggiore di una femmina respinta” vale anche alle elementari, e non siamo noi che siamo cinici, è il regista che pone la questione in questi termini). Per questo possiamo schierarci senza esitazioni dalla parte giusta, magari sugli stessi giornali che hanno campato mesi sul caso delle maestre di Rignano Flaminio.  Insomma, c’è il trucco. Per un po’ abbiamo pensato che la sceneggiatura avesse in serbo qualche colpo di scena, qualche sfumatura di ambiguità, qualche dettaglio che conducesse nella direzione sbagliata, mettendoci alla prova. Siamo rimasti delusi.

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