LA SPOSA PROMESSA

LA SPOSA PROMESSA

Prendendo spunto dalla candidatura all’Oscar – “La sposa promessa” non è il primo film israeliano in odore di nomination, ma il primo che racconta dall’interno gli ultraortodossi – un articolo su Haaretz racconta l’industria che provvede ai bisogni della comunità. Finora senza farsi troppo notare, producendo film per fanciulle diretti perlopiù da donne registe, dove non si parla né d’amore né di delitti. “Né d’amore né di delitti”: abbiamo dovuto rileggere due volte la frase per esserne sicuri, e ricordare che in quelle comunità i matrimoni sono combinati (lo erano anche da noi, per esempio nella laica Francia di inizio Novecento: nel romanzo “Thérèse Desqueyroux” di François Mauriac i guai cominciano quando Thérèse sposa il figlio dei vicini per amore della sua pineta). Questi film senza amore e senza crimini stanno ora combattendo per i finanziamenti statali, con dolore dei cinematografari che si definiscono “mainstream”. La torta si riduce, per di più a favore di una comunità che nei propri quartieri vorrebbe far chiudere i cinema di sabato (siamo informati anche sull’alta stagione, che coincide con Hannukkah e sul fatto che le spettatrici siano bombardate da messaggi che insegnano le regole del buon comportamento). Si cominciano a pubblicare sull’argomento i primi saggi, come “Orthodox Cinema” di Marlyn Vinig, i film educativi vengono invitati ai festival e aprono il casting ad attori estranei alla comunità (anche se non tutti vogliono che si sappia in giro). Rama Burshtein ha abbracciato l’ebraismo ortodosso da adulta, dopo il diploma alla scuola di cinema, e per girare questo bellissimo film ha infranto parecchie regole (parlando di copioni e di storie: per quanto riguarda l’abbigliamento, a Venezia si è presentata imbacuccata e con turbante). Ha voltato le spalle alle storie edificanti e ne ha scelta una complessa, sfaccettata, costretta in un ambiente chiuso e soffocante come non se ne trovano di rado. Una storia matrimoniale con struggimenti alla Jane Austen, nella Tel Aviv di oggi (più nota agli spettatori come luogo di discoteche e amori gay). La diciottenne Shira – Hadas Yaron, coppa Volpi a Venezia – ha appena intravisto il promesso sposo, nel reparto latticini del supermercato. La sorella muore di parto, i piani bruscamente cambiano. Bisogna accasare il vedovo, peraltro fascinoso, perché il bambino rimanga a portata di suocera.

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