BALLATA DELL’ODIO E DELL’AMORE

BALLATA DELL’ODIO E DELL’AMORE

I circhi sono tristi. Non pensiamo agli animali. Pensiamo ai clown che inciampano, cadono, si bastonano (e tutto, oggigiorno, sotto gli occhi di ragazzini che non vedono l’ora di tornare ai prediletti videogiochi: in Carmageddon i pedoni si fanno più male). Pensiamo a certi pomeriggi natalizi trascorsi a intontonirsi con gli acrobati, perché sugli altri canali o davano “Tutti insieme appassionatamente” (e noi alla famiglia canterina Von Trapp spareremmo volentieri) oppure l’ennesimo Totò (e noi li sappiamo a memoria, senza contare che vengono i mente tutti i cinepanettonari convinti di esserne gli eredi). Pensiamo a un paio di strazianti film con Lon Chaney – attore del muto tanto bravo a mascherarsi che a Hollywood girava la battuta: “Non schiacciare quel ragno, potrebbe essere Lon Chaney”. Pensiamo a “Laugh, Clown, Laugh”, film del 1928 dove il trasformista era Tito, un clown che assieme al collega Simon alleva l’orfanella Simonetta (tutti e due se ne innamoreranno perdutamente, e saranno per punizione colpiti l’uno da una ridarola isterica, l’altro da attacchi di pianto: nella clownerie, c’è sempre chi le prende e chi le dà). Pensiamo a “L’uomo che prende gli schiaffi”, altro film di clown che ci fece piangere tutte le nostre lacrime, girato nel 1924 da Victor Sjöström (fu il primo film prodotto dall’appena fondata Metro-Goldwyn-Mayer, da un romanzo del russo Leonid Andreyev a cui nessuno pagò i diritti). Uno scienziato viene derubato delle sue scoperte, con la complicità della moglie traditrice, e finisce al circo, nel numero di “quello che prende gli schiaffi”. Li prenderà anche nella vita, per la seconda volta: al circo c’è sempre una bella trapezista o una bella cavallerizza di cui il clown si innamora non corrisposto (fa eccezione Reese Witherspoon in “Come l’acqua per gli elefanti”). Alex De la Iglesia, regista spagnolo con ascendenze tarantinesche colorate di grottesco, ha studiato con amore i due film. E ne ha prodotto un terzo che al confronto non sfigura, se non vi lasciate distrarre da un trucco da clown fatto appoggiando la guancia su un ferro da stiro rovente. O da un prologo ambientato durante la guerra civile spagnola, che fa temere la fantasy di Guillermo Del Toro in “Il Labirinto del Fauno”. Invece è melodramma spinto all’estremo, con uso di Monumento ai Caduti e un bell’omaggio alle forme del divertimento popolare. 

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