UN ESTATE DA GIGANTI

UN ESTATE DA GIGANTI

Molte ragioni impediscono al cinema italiano di produrre film come questo, estraneo alla catena infernale che prevede un tema da dibattito, attori che portano sul set il loro personaggio (in tutto e per tutto simile ai ruoli precedenti, a loro volta calibrati su gamme espressive non ampie: da noi recitare non vuole mai dire “provare a essere qualcun altro”), e per sfondo il cortile del liceo. Non si vedono in giro registi che da ragazzini leggevano Mark Twain, o almeno leggevano qualcosa (viene il sospetto che non andassero neppure al cinema: loro i film li vogliono fare, guardarli tocca agli altri). Non si vedono in giro giovani attori a cui le mamme consentirebbero di girare scene su un fiume, meglio non sfidare il destino, il raffreddore potrebbe colpire e la barca rovesciarsi. Non si conoscono sceneggiatori che non mettano in bocca ai ragazzini frasi da grandi: la cascata di parolacce che accompagna una scena di “Un’estate da giganti” da noi sarebbe subito dirottata verso un cinepanettone (ci informano in questo momento che non si chiamano più cinepanettoni, come se l’etichetta avesse il potere di resuscitare gli incassi). E forse non ci sono più spettatori che vanno al cinema tanto spesso da voler variare la dieta: se vai al ristorante ogni tre mesi puoi anche mangiare sempre sushi (comunque, gli spettatori fanno valere i loro diritti insindacabili, la colpa certamente non è loro). Il belga Bouli Lanners racconta il quindicenne Seth e al fratello Zak, più piccolo di un anno, arrivati per l’estate in casa dei nonni. Senza nonni, e senza madre, che al massimo si fa sentire al cellulare rimandando l’arrivo. E’ chiaro che si metteranno nei guai, dopo aver fatto amicizia con Dany che la linea d’ombra già l’ha passata, sperimentando botte e solitudine. Si aggirano nei boschi e sul fiume come personaggi di una favola, tra molti mostri e la fata Marthe Keller, unica attrice che riconosciamo (in “Hereafter”, con il camice bianco, spiegava il tunnel con la luce bianca in fondo). Se superando gli ostacoli qualche regista italiano arrivasse fin qui, gli mancherebbe un direttore della fotografia che inquadra capanni e canneti come fossero nel Mississippi. E una colonna sonora firmata dal gruppo The Bony King of Nowhere. Si poteva far qualche taglio, o rimpolpare qualche scena. Ma si capisce che i (pochi) soldi erano finiti.

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