OLTRE LE COLLINE

OLTRE LE COLLINE

I francesi fabbricano i loro mostri sacri, ma in caso di disaccordo o colpa grave non ci mettono niente a cambiare idea. Lo scorso maggio, finito il festival di Cannes, il settimanale “Les Inrockuptibles” pubblicò un editoriale intitolato “Haut Nannisme”. Faceva le pulci a Nanni Moretti, presidente della giuria, che aveva premiato film d’arte e cultura incapaci di trascinare spettatori in sala (che i francesi sappiano sparare, in una sola frase contro i film da cineclub e contro Nanni Moretti, è un’apprezzabile novità, e dimostra una volta di più che il cinema lo amano, infatti gli spettatori non prendono la scusa della crisi per restare a casa). “Haut nannisme” si legge come “onanisme”, in italiano “pippa”, e tra le pietre dello scandalo c’era questo film, premiato per la sceneggiatura e per le attrici. La moltiplicazione delle Palme è consentita dal regolamento per i premi “minori”, esclusa quindi la Palma d’oro vinta da Michael Haneke con “Amour” (che da questa settimana, visto il successo di pubblico, troverete in più sale). Cosicché qualche pipparolo deve aver deciso che la sceneggiatura rientra nella categoria. Questa si insinua in un monastero sperduto nella Moldavia rumena, per raccontare le peripezie dell’amore divino e di quello terreno. Tra Voichita, una ragazza serenamente in procinto di prendere i voti, e l’amica d’infanzia Alina - son cresciute delle stesso orfanotrofio - che la va a trovare dopo un soggiorno in Germania. Alina cerca affetto, forse anche riparo dalle durezze della vita: trova gelo, candele, acqua da prendere al pozzo, un manuale per la confessione che elenca 456 peccati. “Oltre le colline” si basa sui reportage di Tatiana Nicolescu Bran, che a Bucarest lavorava per BBC World)   riferisce una storia realmente accaduta nel 2005. Con più speditezza, probabilmente, di come viene ricostruita sullo schermo: il film entra in materia dopo un bel po’, prima è una ricostruzione della dura vita comunitaria, officiata da un prete barbuto, dalla voce suadente e con tendenze dittatoriali. “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni” – film con cui il principiante assoluto Mungiu vinse nel 2007 la Palma d’oro a Cannes – era altrettanto cupo, ma più avvincente. Le attrici Cosmina Stratan e Cristina Flutur scelgono lo stile impassibile-ma-intenso che piace sempre alle giurie. Un po’ meno agli spettatori che il biglietto lo pagano.
 

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