007 - SKYFALL

007 - SKYFALL

Il James Bond diretto da Sam Mendes comincia con uno sgarbo. “Sarà un disastro” dichiarò il regista di “American Beauty e “Era mio padre” quando gli annunciarono che Daniel Craig era stato arruolato per rilanciare il personaggio dopo le alterne perfomances di Pierce Brosnan, Timothy Dalton, Roger Moore, George Lazenby. “Disastro, disastro, disastro” fu invece il grido di dolore che accompagnò l’annuncio dell’arruolamento di Sean Conney, 50 anni fa: l’attore scozzese aveva lavorato in certi film non memorabili della Disney e aveva un passato da Mister Muscolo: per dargli un po’ di distinzione, lo facevano dormire nello smoking su misura. Daniel Craig non gli ha portato rancore, e ha voluto Sam Mendes alla regia per il suo terzo Bond movie. Il migliore di tutti, che subentra in classifica al già ben riuscito “Casino Royale”. Due ore e mezza che riassumono le puntate precedenti (il cattivo Javier Bardem ha gli stessi capelli biondo stoppa che sfoggiava Christopher Walken in  “007 - Bersaglio mobile”), le celebrano, e rilanciano l’agente segreto verso un radioso futuro. Non male, per un personaggio nato ai tempi della guerra fredda che si ritrova nel mondo post 11 settembre, dove il nemico è dappertutto. Ora sì che potrebbe cimentarsi con la serie anche Quentin Tarantino, entrato nel radar dei possibili registi e scartato perché avrebbe messo in ombra tutti gli altri. Prima dei titoli di testa firmati Daniel Kleinman– splendidi come da tradizione, ma con inferi e cimiteri – l’agente 007passa un momentaccio, sui tetti del Gran bazar di Istambul e su un treno lanciato a gran velocità: la lista degli agenti infiltrati dal MI6 sta per cadere in mani che non ne faranno buon uso.  Dopo i titoli di testa, arriva il pericolo rottamazione, con un ragazzino hacker – il nuovo Q – che invece di fornire gadget fenomenali consegna all’agente una pistola e un aggeggino trasmittente. Ricordandogli: “faccio più danni io in pigiama, stando un’ora al computer, di quelli che riesci a fare tu con la licenza di uccidere”. Le scene d’azione sono il massimo delle meraviglia, e il “back to basic” (che fa uscire dal garage la vecchia Aston Martin grigiolina) procura altri sublimi piaceri. Anche se di James Bond, prodotto british che assieme ai Beatles conquistò l’America negli anni 60, non ve ne è mai importato niente.
 

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