VIVA L’ITALIA

VIVA L’ITALIA

Siamo a metà del film e viene un brutto pensiero. Conosciamo i registi italiani, e le prime pustole di certe malattie le riconosciamo con la rapidità del medico di famiglia davanti alla varicella. Vuoi vedere che alla fine tutti si redimono? Vuoi vedere che anche quando partono lancia in resta – con un film che sembra la continuazione del grillismo con altri mezzi – alla fine sempre tornano gli “italiani brava gente”? Vuoi vedere che non riescono a mettere in scena qualche personaggio brutto sporco e cattivo che resti tale fino all’ultima scena. Prendendo esempio, per dire, da Dino Risi che nei “Mostri” dirigeva la satira verso il suo mondo: Premio Strega, attori “presi dalla vita”, radical chic che vogliono il muretto della villa uguale a quello visto nella scena della fucilazione (oggi potrebbero ispirarsi per un salotto all’elegante cantina dove si rifugia l’adolescente in “Io e te” di Bernardo Bertolucci). Fino a quel momento qualche risata ce l’eravamo fatta, con la zeppola di Ambra Angiolini attrice raccomandata nella serie tv “Elettrauti”, con l’infermiere Maurizio Mattioli (molto debitore a certe gag dei primi film di Carlo Verdone), con Rocco Papaleo impresario gay, con la battuta “so’ comunisti, je piace scannasse tra di loro”. Avevamo però già notato l’overdose di canzoni-didascalia, da “Svegliatevi italiani” a “Ragazzo mio” di Luigi Tenco, rifatta da Ivano Fossati. Ci sarà anche “Italia” di Mino Reitano, mentre Michele Placido – un politico che dopo una botta in testa riesce a dire solo e sempre la verità – scappa dall’ospedale e attraversa come uno zombie certi disordini di piazza: celerini che menano, studenti che lanciano sassi, auto incendiate. Da come l’hanno scritta e l’hanno girata, pare la scena clou del film e urta parecchio per la retorica di quart’ordine. Non quanto lo sfruttamento di terremoto: Michele Placido va all’Aquila, vede una casa distrutta, dice al figlio tonto e raccomandato: “Questa l’ho costruita io, e con i soldi della mazzetta mi sono fatto la casa dove siete cresciuti” (in un paese dove tutti fanno causa a tutti, sarebbe bello che qualcuno facesse causa al regista e all’attore per cattivo gusto). C’è pure il Teatro Valle eternamente occupato, dove la divetta della televisione si fa fischiare (scena rischiosa, bisogna mostrare che l’attrice cagna improvvisamente non è tale). Scrivere cento volte alla lavagna: nulla rovina la commedia più del moralismo. 

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