AMOUR

AMOUR

Cose di Jean-Louis Trintignant, 82 anni a dicembre, che le interviste di Fabio Fazio non dicono. Cominciò a recitare nel cinema perché era indebitato, e un agente allora famoso, André Bernheim, gli promise una cifra mensile sostanziosa (minacciando di abbandonarlo, se l’attore avesse continuato a fare lo snob che preferisce il teatro). Sul set del “Sorpasso” di Dino Risi arrivò per caso. Nel ruolo era stato scritturato Jacques Perrin. L’imperativo era girare a Ferragosto, quando Roma si svuota. La produzione era in ritardo, le scene nelle strade deserte furono girate con le controfigure. Ritarda oggi e ritarda domani, Perrin decise di girare un altro film. La produzione cercò un attore il più possibile somigliante alla controfigura, e fu così che Trintignant ebbe la splendida parte. Ha rifiutato tanti film: “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola (la parte andò a Dennis Hopper), “Incontri ravvicinati del terzo tipo” (la parte dello scienziato andò a François Truffaut), “Il servo” di Joseph Losey. Non ha simpatia per Klaus Kinski, con cui ha recitato nel film di Sergio Corbucci “Il grande silenzio” (western, tra le nevi di Cortina D’Ampezzo), e poi nell’intervista a Première si pente: “Forse non bisogna parlare male dei morti”. Alla produttrice che gli aveva dato il copione di “Amour” in un momento di grande sconforto disse: “Ho più voglia di suicidarmi che di girare questo film”. Risposta: “Accetti di lavorare nel film, per suicidarsi avrà tempo dopo”. Cose che non sapete di Emmanuelle Riva, 85 anni: ha debuttato in “Hiroshima Mon Amour”, film manifesto della Nouvelle Vague, facendo innamorare tutti i maschi dell’epoca, che distratti dai suoi occhi perdonarono alla sceneggiatrice Marguerite Duras i dialoghi più ridicoli mai sentiti al cinema. Cose da sapere su “Amour”, che ha vinto la Palma d’oro a Cannes e racconta la fine di un amore durato una vita, in un bell’appartamento borghese con libri, divani, tappeti, pianoforte (prima di andare in pensione insegnavano musica). Il film era a rischio di retorica e sentimentalismo, evitati portando il realismo all’estremo (chiunque abbia mai accudito un anziano avrà i brividi). Haneke, finora gran torturatore di spettatori, come tutti si addolcisce con l’età. Commozione, lacrime, attori grandissimi, e un magone che resiste fino a casa: il regista austriaco, che ancora crede nella sperimentazione, nel finale si ritrae.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi