THE WEDDING PARTY

THE WEDDING PARTY

Pompino. Un’altra volta: pompino. “Pompetto”, nell’italiano di Anitona Ekberg. Fece da testimone Dino Risi, che lo racconta in “I miei mostri”: “Sul set della Dolce vita, disse Anita a Marcello che le aveva chiesto un favore: Io non è interessata in pompetto”. Pompino. E’ tanto difficile da dire, tanto difficile da scrivere in un adattamento, tanto difficile da far pronunciare a una doppiatrice? Da non crederci: in questo film dicono “fellatio”, come nella “Psychopathia sexualis” di Krafft-Ebbing (Austria di fine Ottocento, le donne non mostravano le caviglie). Siamo invece in un’oltraggiosa commedia 2012. Tre amiche che fanno da damigelle alla quarta del gruppo: la cicciona che al liceo chiamavano “pig face”, e che ora va a nozze con un giovanotto newyorkese bello e ricco. La faccia della precisina e comandina Kirsten Dunst, alla notizia, si rattrappisce in una smorfia di dolore (eppure deve sorridere, e intanto cerca le parole per congratularsi, che proprio non le attraversano il cervello, figuriamoci uscirle di bocca). Dicono “fellatio”, rovinando un meraviglioso monologo dove Lizzy Caplan, sull’aereo, espone a uno sconosciuto poco attraente la sua scala delle temperature erotiche, da uno a dieci. La prima volta devi fornire una prestazione tra il quattro e il cinque. Se cominci con il dieci in preda all’ansia di far bella figura, commenta la saggia ragazza, c’è il rischio che lui pensi: “ma perché dovrei fare la fatica di scoparmela, questa (ragazze, non dite “che volgarité”: Anita Ekberg aveva i suoi buoni motivi, peccato che della sua saggezza non sia rimasta traccia nell’educazione delle fanciulle). Prima di azzerare comicamente il pompinesco monologo, alle quattro ragazze era stata assegnata la stessa vocetta isterica. Eppure la regista e sceneggiatrice Leslye Headland (che debutta nel cinema dopo il teatro off Broadway: “The Wedding Party” faceva parte di una serie sui sette peccati capitali) aveva fatto di tutto per distinguerle. A Locarno, in conferenza stampa, si sgolava assieme all’attrice Lizzy Caplan ripetendo che il film non somiglia a “Le amiche della sposa” o a “Una notte da leoni”. Piuttosto, ricorda “Mean Girls”, e i riti tribali delle adolescenti. Per dovere di cronaca: chi rideva era piegato in due, mentre i tanti che non ridevano sono usciti dicendo “commediola già vista”. Noi abbiamo sghignazzato, e però ve lo consigliamo solo se riuscite a vederlo con i sottotitoli. 

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