PADRONI DI CASA

PADRONI DI CASA

Presto. Un format, una serie, una camera café, una pioggia di sketch in qualche trasmissione tv. Peccato lasciarsi scappare la perfetta coppia comica formata da Valerio Mastandrea e da Elio Germano, un attore che da sempre amiamo e un altro che non abbiamo amato mai, forse perché costretto in ruoli drammatici (velo pietoso sul porno d’autore di Paolo Franchi, “Nessuna qualità agli eroi”). Qui fanno i piastrellisti con furgone, in trasferta nell’Appennino dove tutti hanno lo stesso cognome. Già dalle prime battute si capiscono i caratteri, a proposito di certi ricordi d’infanzia ad Arcinazzo, che a uno fan tenerezza e all’altro meno. Lode ai registi che scelgono bene i nomi, che sanno scandire i botta e risposta, che entrano subito in materia, senza mostrare la partenza da casa, il carico degli attrezzi e altri dettagli inutili. Devono rifare la terrazza nella villa di un cantante che un tempo era famoso, e ora vive ritirato con la moglie malata. E qui purtroppo il film, partito benissimo, inciampa nei comprimari. Non è che non capiamo il valore aggiunto – dal punto di vista promozionale – di Gianni Morandi. Non è che non capiamo quante pagine di sceneggiatura si risparmiano, mettendo nel cast il cantante e dandogli una parte da cattivo ragazzo con un grande avvenire dietro le spalle. Ma pure Gianni Morandi, durante la conferenza stampa al Festival di Locarno, un dubbio lo ha avanzato, sulla propria credibilità. “Dovreste dirmi voi se sono convincente”, ha chiesto ai giornalisti (per la maggior parte italiani) che prima di porre le domande si sono esibiti in variazioni sul tema: “Complimenti per il bellissimo film”. Abitudine sconosciuta agli indigeni e agli internazionali, che infatti sono usciti dall’incontro un po’ perplessi, chiedendo lumi: “fanno sempre così?” (ce n’è voluto per non rispondere: “possono far peggio”). Comunque no: Morandi non è convincente se non ci mettiamo del nostro. Non convince neanche Valeria Bruni Tedeschi, a cui verrebbe da dire “alzati e cammina”, tanto esagera nella parte dell’attrice che al saggio di recitazione fa la paralitica. Sappiamo calcolare con precisione il valore aggiunto (anche internazionale). Eppure spiace. Perché Edoardo Gabriellini (lanciato come attore protagonista da Paolo Virzi in “Ovosodo”, 1997) ha uno sguardo lucido e per niente retorico sulla provincia “a misura d’uomo”. 

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