THE STORY OF FILM

THE STORY OF FILM

Bollicine è la parola magica. Per la prima puntata, anzi per i primi quindici minuti di questa fantastica storia del cinema. Storia intesa come racconto, non come elenco di date e di registi, di progressi tecnici e di “vague” più o meno nuove. Bollicine nella birra di James Mason (il film si intitola “Fuggiasco”, di Carol Reed): nella schiuma caduta sul tavolo il protagonista vede una figura che gli ricorda i suoi guai. Altre bollicine “esistenziali” in un film di Jean-Luc Godard, che a Carol Reed rende omaggio. Bollicine nel bicchiere dell’aspirina in “Taxi Driver” di Martin Scorsese con Robert De Niro. “La corsa fantasma” è la seconda parola magica, neanche dieci minuti dopo: sullo schermo, le luci stroboscopiche di “2001: Odissea nello spazio” e altri esempi di cineprese che corrono tra i binari o in galleria, senza che il loro punto di vista si possa attribuire a qualcuno. Non fosse così si chiamerebbe “soggettiva”: una delle più clamorose trappole del cinema. Ogni tanto spunta un regista che la considera originale, non artificiosa come il montaggio o il campo e controcampo. Mostra il viso del protagonista solo quando passa davanti a uno specchio o a una vetrina, e invece di farci entrare meglio nella storia ottiene l’effetto opposto. Mark Cousins ha tratto la serie dal suo libro “The Story Of Film”, che già era uno spasso di curiosità ben trovate e benissimo raccontate. La versione per il cinema, ricca di materiali di repertorio e di riprese fatte in ogni angolo di mondo dove sia capitato qualcosa che attiene al cinema, è una meraviglia. Dalle prime scene, che alternano “Salvate il Soldato Ryan” di Steven Spielberg a “Film blu” di Krzysztof Kieslowski. Una carneficina e una vecchietta che non riesce a mettere la bottiglia vuota nel contenitore della raccolta differenziata per dimostrare la tesi: il cinema è una bugia che dice la verità. La terza parola magica è il nome di un regista che finora non avevamo mai sentito, Benjamin Christensen. Nel 1922, per mostrare una fanciulla che sognava, dipinse il sogno sul fotogramma. La quarta parola magica è “macchina da cucire”: vedendola i fratelli Lumière capirono che lo stesso meccanismo poteva far avanzare a scatti la pellicola. Tolstoj applaudì la grande novità, e per premio restano le immagini del suo funerale, negli archivi della Pathé.

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