REALITY

REALITY

Calano gli ascolti, l’edizione italiana del “Grande Fratello” si prende una pausa di riflessione. Entra però nel radar di registi e romanzieri (che, se potessimo scegliere, vorremmo un po’ più pronti e scattanti su quel che succede attorno a loro, dieci anni in materia di pop sono un’eternità). C’è il “Grande Fratello” in “Reality” di Matteo Garrone, premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria. C’è il “Grande Fratello” nel romanzo di Stefano Piedimonte uscito da Guanda con il titolo “Nel nome dello zio”. Né l’uno né l’altro sfruttano il reality show a dovere. Come macchina atta a produrre storie, per esempio. Resta sempre e soltanto come una fabbrica di illusi. Eppure gli illusi esistono da sempre, si illudono su qualsiasi cosa che dia lustro o sia minimamente appetibile in società: il loro talento letterario, per esempio. In quei casi però nessuno li rimette a posto. Nessuno spiega loro che vivono in un mondo di sogni senza contatto con la realtà. Nessuno li usa per deplorare lo stato delle cose e la scelleratezza dei costumi. Chi ha un romanzo o le poesie o la sceneggiatura nel cassetto è sulla via della Salvazione, chi partecipa alle selezioni per entrare nella casa del “Grande Fratello” è sulla via della Perdizione. Gli illusi esistevano anche quando Luchino Visconti girò “Bellissima” con Anna Magnani. Negli anni 50 il trampolino del successo era il cinema, complice il neorealismo e i suoi attori presi dalla strada. Aniello Arena invece è preso dal carcere di Volterra, giusto per introdurre un tocco di reality nel film che parla dei reality (un’intera compagnia di carcerati era invece nel film dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani “Cesare deve morire”, saranno loro a rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar). Ha la parte del pescivendolo Luciano, che nei ritagli di tempo organizza truffe con i robottini da cucina. Smanioso di entrare nella casa, si convince che i selezionatori stiano facendo un supplemento di indagine. Comincia quindi a comportarsi da persona onesta e caritatevole. Questa era l’idea buona per il film, purtroppo trascurata dagli sceneggiatori (che hanno dimenticato anche il finale, “pur avendone scritti più d’uno”, ha dichiarato Garrone). Queste sono le scene che funzionano, per la loro originalità. I matrimoni con colombe che si alzano in volo, la sposa e gli invitati sovrappeso, le cascate e i ponticelli smascherano l’intellettuale in visita alle classi popolari.

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