APPARTAMENTO AD ATENE

APPARTAMENTO AD ATENE

Opera prima e dolente”, leggiamo su Mymovies. Sintesi perfetta, se si esclude l’involontaria comicità, di questo film che mette in scena tedeschi e greci. Niente che c’entri con l’euro o con l’attualità: la storia viene dal romanzo di Glenway Wescott, americano a Parigi negli anni Venti. Lo pubblica Adelphi, nella splendida traduzione (con largo e raffinato uso di punti e virgola) di Giulia Arborio Mella. Siamo nel 1942. Nell’appartamento borghese dei coniugi Helianos, vicino al quartier generale tedesco, si installa il capitano Kalter. Pretende la camera da letto dei padroni, la poltrona preferita dal capofamiglia, cibi freschi e variati da procurarsi al mercato, il bagno tutto per sé, la signora Helianos come lavandaia e rammendatrice, il consorte come addetto al pitale, disciplina militare per i due figli della coppia, che variamente reagiscono all’invasione. “L’opera prima e dolente” sceglie un nazista che più da stereotipo non si potrebbe. Dite che i nazisti devono essere biondi, con gli occhi di ghiaccio e il mascellone squadrato? Non necessariamente, se un regista è bravo: basta guardare Christoph Waltz in “Bastardi senza gloria” (dove recitava anche il Richard Sammel scelto da Ruggero Dipaola). Comincia la girandola degli accenti: italiano con accento tedesco per il nazista, italiano con accento greco per il capofamiglia (l’attore Gerasimos Skiadaressis), italiano con dizione teatrale per Laura Morante, italiano da doppiatori di disegni animati per i due ragazzini (che nel romanzo, all’epoca un bestseller, sono molto più antipatici, quando non addirittura sgradevoli; qui invece fanno la voce della coscienza e dell’innocenza: “Inutile che gli porti il vaso da notte, ti sta pisciando in testa”). “Non ho fatto mia figlia perché si metta in ginocchio davanti a un tedesco”, sbotta la signora Helianos, più intollerante del marito che crede nel dialogo anche “con il piede straniero sopra il cuore”. “Non ho scritto il mio romanzo per farlo diventare un film come questo”, potrebbe dire invece Glenway Wescott. La lista di premi accumulati da Ruggero Dipaola ai festival è impressionante, ma d’altra parte come si può non premiare un film su una famiglia che si ritrova i nazisti tra il soggiorno e la cucina? Seguono colpi di scena: Pietro Citati anni fa li svelò in una pigra recensione dove raccontava per filo e per segno la trama del romanzo, e ancora gliene vogliamo.  

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