WOMB

WOMB

Un amore sfigatissimo, messo in scena come se fossimo nella brughiera di “Cime tempestose”. Siamo invece su una spiaggia dell’estremo nord, con monumento al tricheco e capanna di legno sulle palafitte (e una domanda, subito: “ma dove sono finiti tutti?”). Rebecca e Thomas si innamorano da bambini, rincorrendosi sulla sabbia. Partenza, ritorno di lei, la passione che riscoppia e un incidente cretino che li separa (non sembra esserci anima viva in giro, ma un pirata della strada colpisce duro). Rebecca decide per la clonazione (il posto è remoto eppure fornito di tutte le moderne comodità nel campo della genetica). Ma non clona il fidanzato da adulto, né si affida a un utero in prestito. Letteralmente, rimette al mondo Thomas, partorendolo, allattandolo, crescendolo, rimboccandogli le coperte, giocando con lui, facendo il funerale ai dinosauri di plastica finché non arriva l’età giusta. E lui voilà, viene fuori identico e bellissimo mentre lei è un po’ invecchiata. La trama è assurda, conveniamo. Ma il film ha un aria così gelida e rarefatta che si lascia vedere senza noia. Illustra tutti gli incubi della clonazione, anche quelli che sfuggono agli studiosi di etica. L’orrore sta nella mente di chi li pensa.  

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