MONSIEUR LAZHAR

MONSIEUR LAZHAR

Qualcuno riesce nell’impresa. Parla di immigrazione, di scontri ideologici, di radici, di esilio, di società multiculturale, di clandestini e di insegnanti precari senza farsi prendere dalla retorica. All’origine del film, un monologo di Évelyne de la Chenelière intitolato “Bachir Lazhar”: il nome del supplente algerino che in una scuola di Montréal prende il posto di una maestra suicida. Si è impiccata in un’aula, due bambini hanno visto il cadavere, una schiera di psicologi con disegnetti e figurine e voci suadenti che irritano il sistema nervoso (e fanno subito invocare un sano scatto di rabbia) dovrebbe aiutarli a superare il trauma. Non parlando mai di morte: per monsieur Lazhar, proveniente da un luogo della terra che non condivide con l’occidente l’illusione di vivere in eterno, il tentativo è perso in partenza. Ha ragione lui, naturalmente. Intanto nasconde il suo, di passato, mentre parla un francese perfetto – che andrà perduto in traduzione - e detta un brano di Balzac (subito tacciato di “lingua preistorica”). Non aspettatevi la scena madre che qualunque altro regista avrebbe preparato per la rivelazione, chiedendo all’autore della colonna sonora un brano etnico e funeralizio. Qui si sussurra, non si insiste, non si sottolinea. 

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