BABYCALL

BABYCALL

Le cantine con ragnatele, i cimiteri indiani, le soffitte con bauli inchiavardati, il libro segreto da leggere ad alta voce, il vecchietto che senza denti sputa maledizioni, il cerchio magico, l’ascensore, il supermercato, la nebbia, i parcheggi, gli hotel dell’est Europa, i corsi di sopravvivenza per ritrovare lo spirito di gruppo, e ora il babycall. Tutte cose da evitare, puntualmente riassunti da quel magnifico catalogo dell’horror firmato Joss Whedon e intitolato “Quella casa nel bosco” (il prossimo oggetto da evitare nei film horror sarà il camper, più o meno in contemporanea con il tour annunciato da Matteo Renzi). Il magico strumento per controllare a distanza se il piccino piange (riutilizzabile per gli anziani, che anche in questo tornano bambini) registra strepiti che arrivano da chissà dove, mentre la stanza sotto osservazione appare tranquilla. “Basta cambiare frequenza, ecco l’interruttore”, spiega il commesso a Noomi Rapace. L’attrice che fu Lisbeth Salander – e che sulle sue spalle regge il film – si ripresenta fragile e spaventata, nella periferia di Oslo, con un figlio di otto anni appresso e un marito violento nel passato. Non basta un registratore – che rispetto al babycall funziona come prova di realtà – per ritornare a dormire sonni tranquilli.

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