CHEF

CHEF

Faccio una mousse di rafano fosforescente, un’entrecôte effervescente, e dei cubetti di ghiaccio al pollo. E’ la cucina molecolare, bellezza. Ultima (e forse provvisoria, anche se è difficile prevedere il seguito, non resta altro che il ritorno in grande stile della trippa, oppure l’erba brucata direttamente dal prato) tappa della gastronomia costosa e di poca soddisfazione all’assaggio. L’unica gratificazione orale è la quantità di chiacchiere che la circonda: sono andato da Ferran Adrià, ho fatto mesi di lista d’attesa, adesso ti racconto ogni piatto, compresi i pre-antipasti (di qualcosa bisogna pur parlare, da quando le foto delle vacanze sono su Facebook). Noi che non abbiamo ancora capito se il preantipasto equivalga alla merenda, e se invece viene messo in tavola per sviare l’attenzione da quel poco che mangeremo in stoviglie gigantesche, evitiamo per principio. Anche un po’ per esperienza: qualche anno fa, al Combal.Zero di Rivoli – specchietto per le allodole la frase: “Semplicità intrigante, eleganza incisiva” – per sfamarci abbiamo rincorso bicchierini di risotto (l’unica cosa riconoscibile) e camerieri con piatti dove il cibo non si distingueva dalla decorazione. “Chef” appartiene alla categoria del cinema culinario, che va dal “Pranzo di Babette” a “The Big Night” (per i perversi c’è anche “La grande abbuffata” di Marco Ferreri). Epperò sta lontano dalle trame come “Ricette d’amore” o “Chocolat”, dove l’equazione tra cibo e seduzione si sgama dalla prima inquadratura (nel primo c’era anche Sergio Castellitto cuoco italiano in Germania, giusto per far buon peso con gli stereotipi). Il giovane Jacky Bonnot – “Mi chiamano il Mozart del piano cottura” – prende a male parole i clienti della brasserie, che pretendono patate fritte snobbando la sua mousse di zucca (“roba da finocchi”, dicono). Finirà a lavorare nel ristorante di Alexande Lagarde (l’attore è Jean Reno) che sta passando un brutto quarto d’ora con i suoi finanziatori: vorrebbero che, come Gualtiero Marchesi, progettasse un hamburger per McDonald’s. Difficile reggere il confronto con “Ratatouille”, dove lo chef Gusteau aveva dato la sua benedizione a una serie di salse, e tocca al ratto Rémy rilanciare il ristorante. La commedia non spicca per originalità, ma fa onestamente il suo lavoro. Una gag dopo l’altra e senza darsi troppe arie.

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