C'ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA

C'ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA

"Esasperante” è la prima parola che viene in mente. Alternata con la battuta di un critico che, a proposito di un altro film (al confronto, veloce come una saetta), sentenziò “not boring, but tedious”. A non voler parlare un’altra volta di tedio, possiamo orientarci verso lo sfinimento. Sì, sappiamo che il turco ha preso premi ovunque, e che da Cannes non riparte mai a mani vuote: nel 2011 “C’era una volta in Anatolia” vinse il Gran Premio della Giuria, a pari merito con “Il ragazzo con la bicicletta” dei fratelli Dardenne. E abbiamo letto abbastanza recensioni osannanti per sapere che siamo in netta minoranza: i più lo considerano un sublime capolavoro dell’arte cinematografica. Casca l’asino sulle motivazioni, tutte riassumibili nella formula “non concede nulla al gusto del pubblico”. Cara al critico di provincia, ma non solo. Su Time Out London abbiamo letto: “con questo lungo e rigoroso spaccato di un’indagine poliziesca, il coraggioso regista sfida se stesso e lo spettatore. “Lungo” equivale a due ore e mezza. “Rigoroso” significa che per buona parte della pellicola vediamo i fari di tre macchine che vagano per le campagne dell’Anatolia cercando il luogo dove un reo confesso ha seppellito la vittima. Curve, controcurve, sosta in prossimità di un albero e di una fontana. Scendono i poliziotti, scende il procuratore, scende il medico legale, scende l’uomo con la pala e scava un po’, ma il cadavere non salta fuori. Risalgono in macchina – tre macchine, a bordo c’è anche l’assassino (troppo ubriaco per ricordare il posto esatto, di notte tutti gli alberi e le fontane si confondono) e pure il fratello complice, di scarsissimo aiuto perché demente. Poi tutto ricomincia da capo, per un numero di volte che neanche abbiamo provato a contare. I fan dicono che deve essere così, perché i cercatori non scavano per cercare un morto, ma scavano dentro se stessi. L’avevamo capito anche noi, visto che parlano di yogurt e delle soddisfazioni di un pisciata all’aperto, di ex mogli e di suicidi annunciati, di burocrazia e di etica. Magari ne potevano discorrere anche con uno straccio di trama (“il giallo che racconta la società”, adattato alla Turchia, risulta più molesto del dovuto). Senza interrompere di continuo l’unico scambio di battute che vorremmo sentire. Prima di correre a casa, e consolarci con un film di esplosioni e sparatorie.

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