COSMOPOLIS

COSMOPOLIS

Dove passano la notte le limousine?”. Risponde volentieri Leos Carax, nel suo film “Holy Motors” (in concorso a Cannes assieme a questo del regista canadese). Si ritirano in un capannone con l’insegna Holy Motors, appunto. Appena gli autisti vanno a casa, le auto chiacchierano sulla giornata appena trascorsa, ammiccando con le lucine rosse dei freni, e sopportando le proteste delle più anziane che preferirebbero dormire. La scena di Carax dura qualche minuto in un film che affastella cinema, teatro, pittura, pop (e fa tappa verso la fine ai grandi magazzini parigini “La Samaritaine” con vista sul Pont Neuf dove il regista francese girò un detestabile film nel 1991: ora sono chiusi per ristutturazione, perfetti come palcoscenico). “Cosmopolis” è un romanzo di Don DeLillo. Uno del periodo post “Underworld”, che era grandioso e infatti ci incantò. Non possiamo dire lo stesso di “Body Art”, di “L’uomo che cade”, e di questo romanzo tutto in limousine e tutto in una notte, tanto claustrofobico quanto pieno di pretese. (Va comunque detto che “Underworld” basta a farne un grande scrittore, anche senza contare “Libra” o “Rumore bianco”, sempre degli anni buoni). Per non farla tanto lunga, tanto si capisce ogni cosa dalla prima scena. In quella macchina non c’è solo un giovane miliardario che vuole attraversare Manhattan per farsi tagliare i capelli. C’è il mondo intero, la finanza marcia, il dottore che viene a farti il check up, la guardia del corpo che ogni quarto d’ora annuncia un pericolo, la puttana che fa servizio a domicilio. Eredità del romanzo picaresco, dove il protagonista vedeva gente e faceva cose (consentendo al romanziere di cambiare argomento e tono ogni volta che ne aveva voglia, senza preoccuparsi di costruire una trama). Poiché il cinema è in certe cose implacabile, i capelli di Robert Pattinson sono già perfettissimi, con un taglio non proprio da barbiere che in negozio ha la poltrona-macchinina per i bambini e ricorda i bei tempi in cui faceva il tassista. Non sembra un film di Cronenberg, mai: David e suo figlio (a Cannes con l’inguardabile “Antiviral”, erano i raccomandati del festival. Attivisti con topi si presentano di tanto in tanto. Il più simpatico è il lanciatore di torte in faccia, action painter della panna montata. Pattinson meglio che in “Bel-Ami”, ma sempre scarsetto. Tra le frasi finte intelligenti: “La vita è troppo contemporanea”.

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