SISTER

SISTER

Volevo far vedere i soldi. Da quando esiste l’euro, le banconote svizzere sono piuttosto esotiche per lo spettatore europeo”. Lo dice la regista Ursula Meier, doppio passaporto elvetico e francese (e a noi ricorda la volta che a Locarno abbiamo dovuto spiegare a un giornalista “come mai avete il Borromini sulle vostre banconote?”: ma perché era nato a Bissone, ora Canton Ticino, quando erano gli svizzeri a emigrare a Roma). Duecento franchi fruscianti, che il dodicenne Simon offre alla sorella adolescente Louise solo per poter dormire abbracciato a lei. Vivono soli nel Vallese, in un condominio ai piedi della teleferica che conduce i turisti sulle piste. Il ragazzino mantiene tutti e due, rubando sci, giacche a vento, occhiali di marca da rivendere ai coetanei (figli di genitori distratti, che non si chiedono da dove proviene la mercanzia). Dopo “Home” – famiglia con casetta di fianco a un’autostrada lasciata a metà, l’unico non luogo visto al cinema che non funzioni come metafora, qui stava il bello – la regista si mette sulla scia dei fratelli Dardenne. Sguardo infantile sul mondo degli adulti, più maturo – per triste necessità – di chi vive intorno a lui: il ladruncolo sale ogni mattina sulla teleferica, si cambia i vestiti, fa le sue ore di lavoro, riscende e si mette a cucinare per entrambi. Recitazione e trama da realismo minimalista: a volte sembra un film rispettoso delle regole del Dogma. Fotografia di Agnès Godard, che inquadra il basso con il massimo dello squallore: anche i prati sono marroncini, mentre sui figli dei ricchi in vacanza splende sempre il sole. Attori bravissimi e ben diretti. Kacey Mottet Klein – era Serge Gainsbourg nel film di Joann Sfar (quando ancora aveva nome Lucien Ginsburg) e uno dei rampolli di Isabelle Huppert nella casa con vista sull’autostrada  – regge sulle spalle il peso del film, con bella naturalezza. Non pensate ai ragazzini dei film italiani. Pensate a Thomas Moret, il giovane attore in “Il ragazzo con la bicicletta”. Léa Seydoux è scostante, pigra, antipatica, malvestita come deve essere (la costumista che si è inventata gli stivaletti bianchi merita un premio). Molta tristezza, anche. E il coraggio di un colpo di scena. Mentre le scene con Gillian Anderson (molto più affascinante di quando faceva l’agente Dana Scully in “X-files”) aprono una pista che viene subito abbandonata. Orso d’argento alla Berlinale.

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