DARK SHADOWS

DARK SHADOWS

In onda dal 1966 al 1971 per oltre mille puntate, con ritmo quotidiano da soap, la serie tv era piuttosto sgangherata. All’horror non fa male. Basta vedere cosa succede in “American Horror Story” con Jessica Lange: le presenze infestanti vanno dalla bimba con il vestito a fiori che avverte i nuovi inquilini (nel prossimo orrore da non perdere, “Quella casa nel bosco” in uscita il 18 maggio, si chiamano “premonitori”) all’uomo con pigiamino di lattice. Tim Burton omaggia il suo programma tv preferito, passione condivisa da Johnny Depp. L’attore non sognava soltanto di impersonare l’amico Hunter S. Thompson (preghiera esaudita, in due film). Aveva un debole anche per il vampiro catapultato negli anni 70 dopo un sonno lungo due secoli. Altra preghiera esaudita: gli occhi truccati con il nerofumo gli stanno benissimo, il guardaroba di velluti e broccati è da ultimo dandy, i rubini fanno pendant con le unghie ad artiglio e il rivoletto di sangue che gli scende dalle labbra dopo la merenda (una decina di operai che lo hanno liberato dalla cassa e dalle catene). Ex gentiluomo nonché industriale del Maine – ramo pesce conservato – Barnabas Collins finisce vampiro per colpa di una strega bellissima e sexy, che come tutte le femmine pretende un giuramento d’amore, non solo qualche giravolta tra le lenzuola. Se no si sente una strega oggetto, e dunque smania. Tanto più che il signorino sta facendo gli occhi dolci alla gattamorta più gattamorta che si possa immaginare. Lo scontro tra il vampiro settecentesco e gli anni 70 delle “lava lamp” – bolle rosse, mi ricordano qualcosa di appetitoso! – e degli hippie strafumati attorno al fuoco procura gran divertimento. C’è l’Allegro Chirurgo e c’è “Love Story” di Eric Segal, usato come manuale di corteggiamento (anche la gattamorta ricompare, e pure la strega Eva Green, figlia dell’attrice Marlène Jobert e Bond Girl in “Casino Royale”). C’è la stanza del macramè, hobby della matriarca Michelle Pfeiffer, in un passaggio segreto che dovrebbe servire a più loschi scopi. Il vampiro ha un moto di disgusto, per tutti quei colori pacchiani. Scambia i fari delle auto nel buio per Mefistofele (scritto con la M gialla di McDonalds). Delude il finale: tanti effetti speciali e poche finezze narrative.

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