HUNGER GAMES

HUNGER GAMES

La poveretta aveva già cacciato, scuoiato e arrostito scoiattoli in “Un gelido inverno” di Debra Granik. Con buoni motivi: la madre era depressa, lei doveva prendersi cura dei fratellini, il padre aveva ipotecato il tugurio per pagarsi la cauzione e poi era sparito. Gliene tocca uno anche in questo film, dove Jennifer Lawrence appare come Diana cacciatrice con arco, frecce, mira infallibile. Terreno preferito: oltre la rete elettrificata del distretto 12 di Panem. Leggi: quel che resta degli Stati Uniti, organizzato tra una capitale che un po’ sembra Versailles, completa di brioche, e un po’ Metropolis disegnata con meno gusto, con i miserabili non confinati nel sottosuolo ma alla periferia. Anche qui la mamma è paralizzata dalla malinconia, il papà è scomparso in miniera, la sorellina Prim ha un deficit di accudimento. Noi però, che abbiamo letto con un certo divertimento tutti e tre i romanzi della saga di Suzanne Collins da cui “Hunger Games” è tratto (Mondadori) non temiamo per la carriera dell’attrice: altre prodezze la scrittrice ha in serbo per la sua Katniss Everdeen. Tempo fa i poveri di Panem avevano scatenato una rivolta, e per ficcare nelle loro testoline il concetto che “ribellarsi è inutile”, si organizzano ogni anno gli Hunger Games. Ogni distretto deve tirare a sorte i nomi di un ragazzo e una ragazza che saranno mandati a combattere nell’arena. Sotto gli occhi delle telecamere, in un reality show all’ultimo sangue: uno solo resterà vivo. “L’occhio della tv” garantisce lo stesso riflesso automatico che “l’occhio della madre”, nella “Corazzata Potëmkin”, provocava ai cinefili che urlavano “capolavoro”. Subito scatta la critichetta sdegnata: come se la caccia all’uomo – ampiamente praticata in film come “La pericolosa partita”, “Battle Royale”, o “La decima vittima” – fosse cosa di poco conto. Orribile è solo il fatto che venga organizzata per distrarre il popolo dalla rivoluzione (anche su questo, Suzanne Collins ha in serbo qualche intelligente sorpresa). Sacrificio e rito di passaggio all’età adulta strutturano il film, e poco importa se questo vuol dire mangiare a sazietà o farsi agghindare dallo stilista Cinna (un magnifico Lenny Kravitz) in modo da piacere agli sponsor per avere un aiutino nel momento del bisogno. Gli storyteller del reality osano colpi bassi. Ogni paragone con “Twilight” o “Harry Potter” porta fuori strada.

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