HUNGER

HUNGER

Terreno minato. Ancor più di “Shame”, il secondo film della coppia formata dal videoartista britannico e dal suo attore preferito Michael Fassbender (stavamo per scrivere “musa”, ma bisogna contenersi). Fu premiato come opera prima al festival di Cannes nel 2008: il nome dell’attore era sconosciuto, ma già allora tutti notarono la sua nudità e l’impressionante dimagrimento – venti chili almeno – per esigenze di sceneggiatura. “Hunger” racconta infatti lo sciopero della fame di Bobby Sands nella prigione di Maze, assieme a altri nove membri dell’IRA. Lo si illustra, per la precisione: le parole sono riservate a due scene soltanto. Un lungo colloquio, quasi un piano sequenza, che dura venti minuti, tra il prigioniero e padre Moran (Liam Cunningham): Bobby Sands spiega le ragioni che lo spingono a rifiutare il cibo, mentre il religioso cerca di mostrare l’inutilità del sacrificio, suggerendo che si tratta di un suicidio neanche troppo mascherato. Più tardi, il medico spiegherà in dettaglio ai genitori gli effetti del digiuno sull’organismo (e non sarà un bel sentire). Non è in questione la tragedia, personale e politica (con la voce di Margaret Thatcher che scandisce i momenti più atroci). E’ in questione l’estetica del regista, che trasforma il dramma in una performance o in un gesto artistico. Cura la fotografia fino allo spasimo, non risparmia pugni nello stomaco allo spettatore. Quando i prigionieri fanno lo sciopero dell’igiene, rifiutando la doccia e spargendo merda sulle pareti, sembra di sentirne la puzza. E quando vengono lavati a forza con l’idrante, sentiamo il getto d’acqua gelata. McQueen imperterrito continua a filmare, come se avesse di fronte la merda d’artista tolta dalle scatolette di Piero Manzoni. La brutalità delle guardie carcerarie cresce, e anche questa viene inquadrata con insistenza. Qualche critico ha gridato all’imperdibile capolavoro, per via della protesta che deforma il corpo del martire, che fa contare le costole una a una, che lascia il sangue delle piaghe da decubito sul lenzuolo (un’altra fissazione di McQueen). E’ una morte in diretta, avvenuta nel 1981, che occupa l’ultima parte del film e mette voglia di fuggire, non voglia di capire o partecipare alla sofferenza. E’ una forma di voyeurismo che a molti sembra nobilissima, e che noi troviamo un tantino morbosa.

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