TO ROME WITH LOVE

TO ROME WITH LOVE

Non era un’accoppiata nata sotto una buona stella. A dispetto delle parole d’amore pronunciate da Woody Allen per i maestri del cinema italiano (categoria che ahinoi include anche Roberto Benigni), il Colosseo non somiglia a Central Park, Piazza di Spagna ha poco in comune con le romantiche panchine da bacio sotto il ponte, l’umorismo da intellettuale ebreo male si intreccia con le battute da vigile urbano in maniche corte e casuccia nel centro storico. Massimo rispetto per entrambe le categorie, umane e architettoniche. Ma è come quando la battuta toscana si esercita sull’Olocausto: ridono in pochi. A Roma secondo Woody Allen si girano film con attori narcisi e puttanieri, in cappottone di cammello e capelli unti di brillantina (lo Sceicco Bianco, fatte le proporzioni, era uno che vestiva discreto e non si faceva notare). A Roma un impresario di pompe funebri può avere una voce meravigliosa, quando canta sotto la doccia. A Roma le puttane hanno buon cuore, e se ti serve una finta moglie per una giornata si prestano volentieri (insegnandoti anche qualcosina che tornerà utile nelle lunghe serate invernali). A Roma un Signor Qualunque può essere inseguito da giornalisti e fotografi, invitato ai talk show, inseguito sulle passerelle dai cacciatori di autografi, assillato da strafighe che gli si buttano tra le braccia (mentre la moglie lo accompagna con calza smagliata e vestito da mercatino, stile che fa subito tendenza). Deve essere un’allusione al gran circo mediatico, che ti sfrutta, ti illude e poi ti scarica: misera, come storia portante di un film woodyalleniano. Giornalisti impiccioni e coppiette provinciali in viaggio di nozze reggono la parte romana. Quella mista è a carico del regista e di Judy Davis, venuti a conoscere il futuro suocero, becchino per mestiere e cantante per diletto. Già qui le gag – tra scongiuri, passioni comuniste svanite per un bagno da condividere, Freud che dovrebbe restituire il maltolto – funzionano un po’ meglio. Per fortuna arriva Alec Baldwin, architetto americano, tra studenti americani ben sistemati a Trastevere. Regge sulle spalle l’unico episodio che fa ridere, rubacchiando scene dal mitico “Provaci ancora, Sam”: bisogna difendere l’ingenuo Jesse Eisenberg dalla gatta morta Ellen Page. Colonna sonora che comincia gorgheggiando “Volare” e non si perde nulla del repertorio.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi