IL PRIMO UOMO

IL PRIMO UOMO

Potrei avere un contratto come attore di cinema in qualsiasi momento”, scherzava Albert Camus nel suo viaggio americano del 1946. Dicevano che somigliasse a Humphrey Bogart, e anche le biografie recenti (oltre ai conoscenti e agli amici di un tempo e alla figlia Catherine che ha appena licenziato un album illustrato) fanno notare il fascino dell’intellettuale francese nato in Algeria. Va detto anche che il suo grande rivale era Jean-Paul Sartre, il confronto non poteva essere più stridente. “Il Don Draper dell’esistenzialismo”, scriveva un paio di settimane fa Adam Gopnik sul New Yorker. E ricordava lo scambio di battute che condusse i due a non rivolgersi più la parola. C’erano disaccordi sul Pcf, e anche sull’Algeria – Camus era contro il totalitarismo, e sosteneva che non tutti i pied noir fossero sfruttatori o parassiti, sua madre lavava i pavimenti per campare. Ma quel che fece davvero andare in bestia Sartre fu la parola “poltrona”. Nella frase, detta da Camus: “Io sono stato sempre in prima linea. Non accetto lezioni da uno che al massimo ha sistemato i braccioli della sua poltrona in direzione della storia”. Non ci aspettavamo di trovare questo Albert Camus nel film di Gianni Amelio, e neanche l’intellettuale europeo incuriosito dalla cultura funeraria americana: prima di tornare a Parigi fece l’abbonamento a un paio di riviste specializzate, tra cui “Il giornale dell’imbalsamatore” (lo racconta Olivier Todd nella biografia, ormai classica, pubblicata da Mondadori quindici anni fa: “Albert Camus – Una vita”). Il film è tratto dal manoscritto-frammentario ritrovato nell’auto che si schiantò contro un albero il 4 gennaio 1960: a bordo c’era lo scrittore premio Nobel e al volante il suo editore Gallimard. “Il primo uomo” è un’autobiografia appena dissimulata: c’è un padre morto durante la Prima guerra mondiale, una madre che si ammazza di fatica, un ragazzino intelligente senza i mezzi per studiare, un maestro che ne riconosce le qualità e gli procura una borsa di studio (tutti poi si incontrano di nuovo da adulti). Non ci aspettavamo di trovare il Camus con il bavero alzato e la sigaretta pendente dal labbro (come nel ritratto “ufficiale” di Henri Cartier-Bresson), ma neanche un pensoso uomo di un generico sud accolto dalla mamma con i peperoni che tanto gli piacevano.

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