TITANIC

TITANIC

"Avatar” lo abbiamo già dimenticato, con gli antipatici Na’vi: per quanto uno sia ben disposto a farsi trascinare, gli spilungoni blu non offrono appigli all’immaginazione, solo al più bieco messaggio ecologico. “Titanic” è ancora ben saldo nella memoria, a rivederlo lo si gode come la prima volta. Meno pubblico in sala, però: nel 1998 la platea del primo spettacolo pomeridiano era zeppa di ragazzine urlanti appena Leonardo DiCaprio appariva sulla scena. Di più quando si lisciava il ciuffo con la brillantina e scendeva le scale in smoking, smessa la camicia da pittore che viaggia in terza classe con biglietto vinto a poker. Dev’essere per questo che Kate Winslet rilascia dichiarazioni sulla propria magrezza da ex paffuta, segnalando a chi non se ne fosse accorto che la bellezza efebica di Leo non è più tale (la pagano montagne di soldi per fare l’attrice, dunque per fingere, e non riesce a tenere la boccuccia chiusa quando le passa per la testa un pensiero da serva). Si ammira la perfetta cornice del film, che inizia con un’esplorazione del vero Titanic inabissato – James Cameron va pazzo per le immersioni – e con una puntuale spiegazione dell’urto con l’iceberg e del successivo disastro. Prima vediamo come e perché la nave si inabissa di punta e si spezza in due tronconi, così quando succede non perdiamo un dettaglio. Sappiamo che le scialuppe sono meno del necessario, per non intasare il ponte destinato alle passeggiate dei ricchi. Abbiamo già visto Rose da vecchia, e il ritratto di lei da giovane, con addosso soltanto un diamante da 56 carati. Gioiello regalato dal fidanzato, che trova orrendi i dipinti di Picasso appena comprati a Parigi. Mentre il bel moroso che la invita alle feste irlandesi in terza classe annaffiate di birra scura riconosce immediatamente le ninfee di Monet. Quattro giorni di passione, con l’arricchita Kathy Bates come alleata, e una delle più strazianti scene d’addio mai girate, a mollo nell’acqua gelida. Il transatlantico finto è grande quasi come quello vero, e anche se oggi sembra incredibile il film rischiò di affondare più di una volta (la troupe aveva  magliette con la scritta “sono sopravvissuto al Titanic di Cameron”, tanto per creare un’atmosfera distesa attorno alla gigantesca vasca-set). Il 3D era inutile: toglie luminosità e nelle scene a due sbatte la nuca degli attori sotto il naso dello spettatore.

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