ROMANZO DI UNA STRAGE

ROMANZO DI UNA STRAGE

Facciamo finta che sia un film. Non un altro tentativo di Marco Tullio Giordana di accreditarsi come Regista della Storia d’Italia. Puntate precedenti: “Pier Paolo Pasolini, un delitto italiano”, “I cento passi” e “La meglio gioventù”, tanto amato dai francesi e da chi apprezza il “cinema civile”, vittime le scolaresche in uscita multimediale. Facciamo finta che sia un film, non la palestra dei Complottisti Riuniti. Primo fra tutti Paolo Cucchiarelli, che nel libro “Il segreto di Piazza Fontana” (lo ristampa Ponte alle Grazie) avanza l’ipotesi di due bombe messe alla Banca dell’Agricoltura una accanto all’altra. La prima anarchica e intenzionata a non fare vittime; la seconda letale, congegnata da una comunione di intenti tra neonazisti e servizi segreti deviati. Già l’idea sembra peregrina, ma quando vediamo nel film che le valigette esplosive sono dello stesso colore, pellame e modello con fibbia, la verosimiglianza ha un mancamento. Facciamo finta che il titolo “Romanzo di una strage” sia un riferimento allo stracitato articolo di Pasolini – “io so, ma non ho le prove” – e non suggerisca invece una parentela con “Romanzo criminale”, nella sua versione romanzesca, cinematografica e televisiva. Il film di Marco Tullio Giordana adotta un’estetica da realismo socialista, su una sceneggiatura – scritta da Stefano Rulli e Sandro Petraglia con il regista – che non sa decidersi tra la fiction della prima parte e il documentario della seconda. Nonostante gli sforzi, e l’occhio rivolto ai giovani “che devono sapere”, chi già non conosce tutte le figure del dramma fatica a orientarsi. Nel tentativo di sbrogliare la matassa, è un rincorrersi di goffe didascalie: “Io, ministro della Difesa, dico a te, ministro degli Interni”. Gli unici che sfuggono un poco alla piattezza sono Giuseppe Pinelli e il commissario Luigi Calabresi. Le spie hanno lo sguardo obliquo, le mamme sono dolenti, gli anarchici romani sempre in ritardo alle riunioni. Aldo Moro si torce le mani, va in chiesa mentre l’illuminazione si spegne in un lumino mortuario, parla come se fosse uscito dall’oltretomba (più avanti, la solitudine di Calabresi verrà sottolineata dal fantasma di Pinelli che gli sorride). Abbondano i presentimenti: l’armamentario drammaturgico non prevede altri snodi tra le scene. Tutti gli attori del cinema italiano sono stati reclutati, e quando appare Luca Zingaretti mettiamo via il registro: l’appello è finito.

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