LÀ BAS – EDUCAZIONE CRIMINALE

LÀ BAS – EDUCAZIONE CRIMINALE

Chapeau per il coraggio, che pure non è il solo pregio del film: gli altri sono una bella naturalezza e la fuga dalle spiegazioni psico-sociologiche. Serve molto coraggio per ambientare una storia tra gli immigrati africani di Castelvolturno, gente che tra loro parla solo francese. Per l’italiano o il napoletano, mancano le occasioni: i bianchi sono pochissimi, sempre ai lati della scena. Tanto per cominciare piove, e il mediterraneo ha i colori di un mare nordico, il giorno che Youssuf arriva in Italia con il sogno di fare l’artista. Gli servono molti soldi per un marchingegno di sua invenzione (esattamente non abbiamo capito come funziona, ma ne abbiamo ricavato che l’arte africana sta tra le sculture giganti e le installazioni). Dovrebbe andare a vivere da uno zio ricco, che però non si presenta all’appuntamento. Lo soccorrono altri africani, trova un giaciglio nella Casa delle Candele (niente di romantico: si chiama così perché spesso va via la luce), si sdebita facendo lavoretti. E quando chiede: “Ma dove stanno gli africani ricchi?” gli rispondono “In prigione”. Non è una battuta: lo zio fortunosamente ritrovato ha un collare che gli immobilizza il collo, una gamba fratturata, e sconta i postumi – dice – di una solenne sbronza a scopo analgesico. Lo spettatore ormai ha capito, Youssef ancora no, ma del resto la perspicacia non è il suo forte. Primo lavoro all’autolavaggio, 150 euro per due settimane (tredici se ne vanno per una bottiglia di limoncello, c’è una ragazza carina al supermercato). Il secondo lavoro ha a che fare con il cadavere di una fanciulla nascosto nel bagagliaio dell’auto. Premio Opera prima a Venezia, Guido Lombardi gira la sua versione di “Gomorra”, con pochi soldi e le idee che servono. Pochi soldi anche per “L’arrivo di Wang”, ultimo film di Marco e Antonio Manetti, in arte Manetti Bros. Sono tra i pochi che in Italia girano film di genere – da “Zora la Vampira” al claustrofobico “Piano 17”, che non era niente male”. Li tradisce la Voglia di Metafora, per non parlare di Ennio Fantastichini: non si capisce se il tono solenne di certe sparate era previsto dal copione, o è un residuo da palcoscenico. Una traduttrice dal cinese viene convocata d’urgenza, bendata, portata in un luogo misterioso dove qualcuno viene interrogato al buio. Giusto, perché quando accendono le luci credere a quel che vediamo è davvero difficile.

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