A SIMPLE LIFE

A SIMPLE LIFE

Servi e padroni. Ma anche affetto, simpatia, gratitudine, solidarietà e riconoscenza. Tra una vecchia governante che si è presa cura di una famiglia per oltre mezzo secolo, e un ormai maturo signore che fa il produttore cinematografico, e nel momento del bisogno ricambia le attenzioni ricevute. Insomma: l’altra faccia di “Downton Abbey”, dove i padroni considerano valletti e cameriere come mobilia (fa testo un oggetto di arredamento chiamato “servo muto”, un tempo nei cataloghi: una gruccia su rotelle dove appoggiare la giacca, mettere in piega i pantaloni, svuotare le tasche dalle monetine). E dove i servi contraccambiano tramando o spettegolando: difficile nascondere qualcosa a chi si prende cura del tuo bagno, della camera da letto, delle cucine. “A simple life” è tratto da una storia vera – protagonista il produttore di Hong Kong Roger Lee, che firma il copione con Susan Chan e regala un paio di ruoli agli amici registi di culto. S’intende, per chi ama il cinema orientale ed è in grado di riconoscere le facce e ricordare i nomi (noi, confessiamo, ogni tanto facciamo fatica anche a distinguere gli attori: abbiamo notato però che da qualche tempo i cast sono scelti con un occhio al pubblico internazionale, facilitando i distinguo). Una storia realmente accaduta da sola non garantisce un bel nulla. Questa però è sceneggiata, diretta e recitata con una grazia e un realismo commoventi: parola che non usiamo mai, se non in caso di estrema necessità. Il film di Ann Hui era in concorso a Venezia, l’attrice Deanie Ip è tornata a casa con la Coppa Volpi come migliore attrice, Andy Lau è altrettanto bravo e misurato (i due hanno recitato ruoli di madre e figlio in parecchi film e produzioni tv, altro sovrappiù che solo gli spettatori locali riescono a apprezzare). Misura e ritegno sono difficili, quando si parla di ictus, di vecchiaia, di dentiere, di ospizi, di demenza, di passeggiate in sedia a rotelle. La governante vorrebbe continuare a lavorare finché può, ogni volta che Andy Lau torna a casa da un viaggio gli prepara i cibi preferiti nelle cene infantili. La ritrosia e la riservatezza orientale riducono le scene a un minimalismo di gesti e di parole. Distribuisce la Tucker, con coraggio e un certo gusto per la scommessa. Potrebbe scattare il passaparola, almeno tra gli spettatori che sempre lamentano l’onnipresenza delle commedie italiane.

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