GLI SFIORATI

GLI SFIORATI

Tra “Gli indifferenti” di Alberto Moravia e “Gli sfiorati” di Sandro Veronesi passano settant’anni. Parliamo del romanzo, opera seconda dopo “Per dove parte questo treno allegro”, uscito nel 1988 e forse da rileggere. Racconta un genitore cialtrone che riprende contatto con il figlio per mandarlo in Svizzera a recuperare i soldi da un conto segreto (poi ripasserà la frontiera imbottito di banconote). Passano settant’anni, sembrano molti meno. Il parallelismo è chiaro e certamente ricercato: mettere a fuoco una categoria di persone che scivola attraverso la vita. Allora era la borghesia (in quel senso spregevole del termine che impedisce all’Italia di averne una). Vent’anni fa erano i giovani appena un po’ più giovani del narratore (oltre che dello scrittore). Una generazione distratta e “schiumevole” – Veronesi dixit, noi riferiamo – appena sfiorata dalla vita. Identificabile attraverso l’analisi grafologica che incombe sul romanzo come una Grande Metafora. Il film di Matteo Rovere sposta la vicenda nella Roma dei giorni nostri. Son sempre due fratellastri, la settimana prima del matrimonio tra i genitori. La mamma di Mete – da intendersi come nome del protagonista maschio – finalmente sposa l’amante, e vorrebbe leggere in onore del defunto marito nonché padre di Mete un brano di Schopenhauer: giusto per dare l’esempio dei vezzi di sceneggiatura che mettono a dura prova la credibilità (la fotografia color miele e la macchina da presa nervosa non aiutano). Mete fa appunto il grafologo, in coppia con il solito padre separato che non può permettersi una casa decente (vedi i tre sfigati nel film di Carlo Verdone). La sorellastra Belinda fuma spinelli e va alle feste. Nel romanzo avrebbe quindici anni. Al cinema non si possono insidiare le minorenni, neppure se di famiglia, quindi ha l’età del consenso. Moravia impera appena la vediamo sul divanetto, sempre in mutande. Quando si mette un abito, Mete glielo fa notare (non dura molto, se lo toglie subito, ma dà l’idea dei raffinati piaceri offerti dal copione). Non manca lo spleen notturno, con i piccioni, e da un momento all’altro ci aspettiamo il calcio al barattolo, un classico dell’esistenzialismo nel cinema italiano anni Settanta. Resta il Grande Interrogativo: vale la pena di pagare un biglietto per vedere personaggi meno interessanti e vivaci del cane di “The Artist”?

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