CESARE DEVE MORIRE

CESARE DEVE MORIRE

Prima di Costantin Stanislavski e dell’Actors Studio di Lee Strasberg, c’era il “Paradosso sull’attore” di Denis Diderot: scritto alla fine del Settecento, pubblicato postumo nel 1830. Incantato dalla bravura dell’attore inglese David Garrick, il filosofo si chiedeva se il bravo attore dovesse provar passioni, oppure limitarsi alla tecnica. Se dovesse “Jouer d’âme”, ovverossia recitare mettendoci l’animuccia, oppure “Jouer d’intelligence”, ovverossia lavorare di cervello. Dopotutto, è il pubblico in platea che deve provare rabbia o pietà, non chi si arrabatta in scena truccato pesantemente e vestito con abiti non suoi. Siccome tocca riparlare dei fratelli Taviani e del loro film Orso d’oro a Berlino, non fosse altro che per mettere una sponda al diluvio di lodi, Diderot torna utile. A sentire che gli ergastolani di Rebibbia recitano il “Giulio Cesare” di Shakespeare meglio di chiunque altro, perché conoscono da vicino il tradimento, le coltellate, l’omicidio e la brutalità, viene un brivido. Intellettuale: non riguarda i dolori chi sta in prigione, ma chi da fuori fa uso della circostanza per ricattare lo spettatore. Ha funzionato anche sulla giuria presieduta da Mike Leigh: non che ci fossero mirabili capolavori, in concorso, ma certo qualcosa di meno anni Settanta lo si poteva scovare. Si dice che certi attori potrebbero recitare anche l’elenco del telefono. Qui il discorso va ribaltato: i versi di Shakespeare sono tanto smaglianti che nessun attore, per quanto improvvisato e portatore di caso umano, li può rovinare. Finché i carcerati recitano le battute di William, il film si lascia guardare. Il problema arriva con i (molti) “dialoghi aggiunti di Paolo e Vittorio Taviani”, che metterebbero a dura prova chiunque. Provate a dire: “Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione”. Non si può (come non si può sostenere che davvero la pratica del teatro e della poesia rende migliori: impeditemi di fare i nomi, ché stavolta Nanni Moretti mi fucila dopo sommario processo). Eppure la frase è stata universalmente celebrata. Dagli stessi che hanno ammirato la scena del provino per selezionare gli attori: declinate le vostre generalità, prima da impauriti e poi da arrabbiati. Quando recitano se stessi, gli attori improvvisati (ma neanche tanto, uno aveva una parte in “Gomorra” di Matteo Garrone) danno ragione a Denis Diderot: crederci non aiuta.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi