E ORA PARLIAMO DI KEVIN

E ORA PARLIAMO DI KEVIN

Non avendo mai creduto all’innocenza dei piccoli, abbiamo trovato nei film molte prove a carico. Creature pestifere, bambini diabolici, bambine assassine, ometti con la cravatta capaci di tenere in scacco una famiglia, scolari che vogliono morto chiunque li contraddica, scampati a un incidente aereo che invece di bearsi per lo stato di natura adorano una testa di maiale su cui albergano le mosche. (Abbiamo nella collezione anche una perfida nana che si traveste da bambina e si fa adottare, ma non la esibiremmo mai come prova: diverte solo vedere di cosa sono capaci quelle angeliche treccine.) Siamo preparati. Ma Kevin li batte tutti, da quando gattona a quando fa cattivo uso di un regalo (piuttosto incauto, visto come il pargolo sta venendo su). Da neonato urla senza smettere mai, la povera Tilda Swinton accosta la carrozzina a un martello pneumatico in azione per un po’ di sollievo. A otto anni, porta ancora i pannolini per dispetto, spiaccica i panini con la marmellata sulla moquette, sparge vernice sulle carte geografiche della mamma, che per lui ha smesso di girare il mondo, frequentando il rito pagano della Tomatina (altro spiaccicamento, stavolta son pomodori che paiono sangue). Diciottenne, assume un’aria da angioletto e si allea con papà. Nella parte, si alternano due attori bravissimi e ben scelti: prima Jasper Newell, poi Ezra Miller, già adolescente disturbato in “Afterschool” di antonio Campos. 

Potrebbe essere il figlio di Mia Farrow in “Rosemary’s Baby”
, se lo avessimo visto crescere, circondato dall’affetto dei satanisti della porta accanto. La regista scozzese Lynne Ramsay spezzetta la storia (tratta dal romanzo di Lionel Shriver, una signora a dispetto del nome, esce da Piemme) andando avanti e indietro nel tempo: usate come orientamento la pettinatura di Tilda Swinton. All’inizio sembra un giochetto sperimentale, inutile e un po’ faticoso da seguire. Ma ha ragione lei, lo si capisce dopo una ventina di minuti. Non c’era strategia narrativa più azzeccata per accrescere la tensione oltre il sopportabile. Per i temi da dibattito, lasciate in pace le mamme senza vocazione. Qui si parla di bambini cattivi, anche se cresciuti con dolcezza.

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