TRE UOMINI E UNA PECORA – UN MATRIMONIO DA INCUBO

TRE UOMINI E UNA PECORA – UN MATRIMONIO DA INCUBO

"A Few Best Men” diceva l’originale, tanto per sistemare il film nella sua casella e sanare l’incertezza del doppio titolo nostrano (strategia di comunicazione detta: “Nel dubbio moltiplica, magari azzecchi il target”). Trattasi di un “Bridesmaids” al maschile, focalizzato sugli amici dello sposo invece delle amiche della sposa. Altrettanto disastroso, altrettanto divertente, altrettanto allietato dalla tappa “e ora cosa mi metto, ho lasciato il completo buono nella valigia dimenticata nella capanna di uno spacciatore nelle Blue Mountain australiane” (non è spoiler, il film distribuisce generosamente battute e situazioni comiche, perlopiù oltraggiose). La pecora ha un suo ruolo decisivo – astenersi animalisti e sostenitori della comicità garbata. Siamo infatti in Australia dove vive la sposa, fragile come una meringa ma fornita di robusto parentado impegnato in politica. Lo sposo e i suoi amici sono inglesi, che agli antipodi ci mandavano i criminali e ancora se lo ricordano. L’atteggiamento ricorda la regina Elisabetta, così come la descrive Alan Bennett in “La sovrana lettrice”: non sa mai di cosa parlare con i discendenti dei forzati, a parte qualche riferimento alla tosatura. Apre la strada il chiassoso e irresistibile “Death at a Funeral” di Frank Oz, ovvero “Funeral Party”: pensate al peggio che può succedere quando i dolenti sono riuniti attorno al feretro. Per esempio, qualcuno che da dentro la bara scalcia, ma non è il morto, e neppure un’allucinazione collettiva: è Peter Dinklage (il nano di “Game of Thrones”) rimasto chiuso dentro, per di più in posizione imbarazzante, e dire che non era neppure invitato alla cerimonia. A legare le sconcezze funerarie e quelle matrimoniali è lo sceneggiatore Dean Craig, oltre all’attore Kris Marshall (se vi va di fare uno studio sulla comicità naturale, ecco la cavia perfetta). Va da sé che gli accenti contano, qualcosa va perduto nel doppiaggio. Da “Bridesmaids” arriva Rebel Wilson, che lì era la coinquilina di Kristen Wiig, qui si finge lesbica per sfuggire alle pressioni matrimoniali della famiglia (da urlo l’abito scelto per la cerimonia, bustino rosa con stecche sotto un completo punk con cerniere). Menzione speciale per Olivia Newton-John, madre della sposa. Si prende allegramente in giro, e ha i suoi buoni motivi: alla sua età Bette Davis faceva il mostro in “Che fine ha fatto Baby Jane?”, mica la sexy suocera appesa al lampadario.

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