POLISSE

POLISSE

"A.C.A.B.” di Stefano Sollima – sta per “All Cops Are Bastards” – è un film singolare. Anzi, sono due film messi insieme senza preoccuparsi di nascondere le cuciture. Il primo è un poliziottesco (poliziesco in italiano vuol dire un’altra cosa, non serve neppure un dizionario in casa): tutto scontri, addestramento e fratellanza, contro gli ultrà schierati in assetto di guerra (no, i terroristi da stadio non hanno la benché minima giustificazione, e neanche i No-tav la meritano, tanto per chiarire). Il secondo è un film buonista fino al midollo, dove i proletari capiscono le ragioni degli immigrati (ma quando mai? solo in un libro scritto da Carlo Bonini, giornalista a Repubblica). Due anche gli stili di regia: preciso nelle belle sequenze d’azione, più approssimativo quando Pier Francesco Favino aggrotta la fronte per far capire che sotto la divisa della Celere c’è un uomo di principi e sentimenti (già che siamo in tema: Filippo Nigro è più bravo). Sfiga vuole che a una settimana di distanza esca in sala “Polisse”, altro film di poliziotti: il titolo sta per “Police”, come lo scrivono gli immigrati che il francese non lo sanno. Splendida sorpresa, con “The Artist” di Michel Hazanavicius. all’ultimo festival di Cannes, dove dei film francesi si diffida sempre un po’ (come alla mostra di Venezia si diffida dei film italiani, ma al Lido è più difficile essere smentiti). In scena, la brigata che si occupa dei minori: ragazzini da mandare al riformatorio, da strappare ai genitori zingari, da sottrarre ai genitori e ai nonni pedofili, da sistemare in case protette perché la madre dorme per strada. Pare facile, in fondo sono gli agenti che piacciono. Niente affatto: i francesi si sono scandalizzati perché il bravissimo JoeyStarr, rapper di origine martinicana con uno scorpione tatuato dall’ombelico alle spalle, ha il ruolo di un poliziotto. Non per rispetto alla divisa, beninteso. Per rispetto all’hip hop. Scrive e dirige Maïwenn Le Besco, più nota come Maïwenn. Altra sorpresa da restarci secchi. Finora aveva lavorato come attrice per Luc Besson, si era raccontata come figlia d’arte in un “one woman show”, e nel film “Le bal des actrices”. Niente che lasciasse supporre la bravura sfoderata qui, anche nella difficile arte della direzione degli attori e nei dialoghi. Vita privata e interrogatori finiscono per intrecciarsi, e sì, capita perfino una crisi di ridarola durante un delicato interrogatorio.

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