MILLENNIUM – UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

MILLENNIUM – UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

Montaggio alternato, detto anche “Nel frattempo, alla fattoria…”. C’è un momento del film in cui lo abbiamo odiato, tanto è scolastico il saltabeccare tra Daniel Craig (il giornalista in disgrazia Mikael Blomkvist che sull’isola scruta una famiglia di industriali dai molti vizi privati) e Rooney Mara (Lisbeth Salander che fruga negli archivi e interroga i poliziotti su certe povere ragazze massacrate). Una sequenza a lui, un’altra sequenza a lei, ripetere daccapo fino a esaurimento del primo romanzo di Stieg Larsson, 680 pagine nell’edizione Marsilio, due ore e quaranta nella versione di David Fincher. La seconda, dopo il film di Niels Arden Oplev con Noomi Rapace nella parte della hacker con l’infanzia difficile, incapace di badare a se stessa e ignara delle più comuni cortesie. Per esempio, non aspetta di essere corteggiata prima di infilarsi nel letto di uno che le piace, scena risolta maluccio. Questa Lisbeth non è quasi autistica come dovrebbe essere, e ha la cresta da punk solo in una scena. Per il resto, caschetto scolpito e pendenti, anfibi e motocicletta, piercing alle sopracciglia ossigenate: ma Rooney Mara ha la faccina e gli occhioni da sperduta in cerca d’affetto, e noi avremmo preferito qualcosa di più vicino all’originale. Non si butta via così l’unica femmina romanzesca per cui in questi anni abbiamo fatto il tifo. Una che vive nel suo mondo, ti squadra e ti esamina, entra nel computer di chiunque, pratica le arti marziali. E quando un cattivo le fa cose molto cattive, pensa alla vendetta, atroce e tremenda. Ah, sì, ha anche l’occhio attento ai soldi, oltre che agli assassini da assicurare alla giustizia. E’ la terza volta che sentiamo raccontare la storia della famiglia Vanger, classico delitto da camera chiusa: la figlia dell’industriale sparisce quando il ponte che collega l’isola alla terraferma rimane bloccato per un incidente. Abbiamo apprezzato la chiarezza dell’esposizione, e sofferto un po’ per le lentezze tipiche delle indagini fatte smanettando sul computer, non più consumando le suole delle scarpe. Il film di Oplev era girato come una puntata dell’ispettore “Derrick”, fotografia compresa. Questo ha lo sfarzo produttivo del thriller americano. Si lascia guardare, specialmente se non sapete già come finisce. Ma magnifici titoli di testa sembravano annunciare un altro film. E Fincher era più convincente in “Zodiac”.

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