E ORA DOVE ANDIAMO?

E ORA DOVE ANDIAMO?

Opera seconda della regista che aveva scritto, diretto (nonché recitato un ruolo non secondario) in “Caramel”, film libanese campione d’incassi venduto in 40 paesi. Il titolo non alludeva al dolce, ma alla ceretta mediorientale di zucchero caramellato e limone: l’esistenza delle donne in un ambiente ostile era raccontato dal retrobottega dell’estetista. Tre anni dopo, Nadine Labaki alza il tiro, prendendo la “Lisistrata” di Aristofane come modello. Per far cessare la guerra del Peloponneso, le donne elleniche inventano lo sciopero del sesso. E siccome allora non c’era YouPorn, occupano l’Acropoli e vincono. Ora lo sfondo è il Libano delle guerre di religione, mai nominato. Fa più fino, e consente dichiarazioni del tipo “con questo film credo davvero di dare il mio contributo per cambiare il mondo, le guerre civili sono universali, solo le donne possono fermarle e devono farlo adesso”. “Caramel” aveva poche pretese, a fronte di un lavoro artigianale da studiare nelle scuole di cinema. “E adesso dove andiamo?” alza l’asticella delle pretese, mentre il lavoro di fino sarà per un’altra volta, ora conta il messaggio. Fin dalla prima scena: dolenti cristiane e dolenti musulmane marciano insieme a lungo in coreografia da musical, poi si separano dirigendosi ai cimiteri delle rispettive fedi. Già un leggero nervosismo coglie, al cospetto di una regista che sceglie una scena tanto calcolata per entrare in materia, ma per rispetto a “Caramel” speriamo che il talento abbia la meglio sul sentimentalismo. Un po’ succede. Le scenette di vita paesana sono divertenti, con una dose di bozzettismo tollerabile. Come la guerra per la televisione e i programmi da vedere. I fidanzati di fedi diverse già sfruttati mille volte. L’arruolamento delle puttane ucraine per raffreddare gli spiriti dei maschi più rissosi, pronti a far scoppiare il conflitto per un nonnulla, potrebbe avere il suo perché in un film a episodi. Quando le donne velate si scoprono, e le donne a capo scoperto si coprono, ricadiamo nello spirito iniziale. Poiché siamo inguaribilmente cattivisti, viene in mente il ritornello scorretto di Rudyard Kipling “The female of the species is more deadly than the male” (la femmina è più mortale del maschio, e non pensava agli animali non umani). Il film ha appena mancato la nomination all’Oscar come film straniero, al pari di “Terraferma” di Emanuele Crialese.

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