L’INDUSTRIALE

L’INDUSTRIALE

La fabbrica sull’orlo del fallimento è a Torino, che oltre a una lunga tradizione industriale ha un’ottima Film Commission (vuoi vedere che l’asse del cinema italiano è sempre meno romanocentrico, va dove sente l’odore dei soldi?). Le banche sono cattive, tanto cattive: vogliono far fallire le aziende per appropriarsene. Uno po’ perché le sfumature sono qui sconosciute, e un po’ perché bisogna dare il calcio d’inizio alla storia, entrano in scena nella parte del mostro dai canini sanguinanti. Da una parte un bravo figliolo con fabbrica ereditata da papà, per questo conosce tutti gli operai fin da quando era piccino e giocava a Monopoli. Dall’altra, artigli dickensiani alla Fagin, sfruttatore di ragazzini straccioni e mendicanti (anche la fotografia di Arnaldo Catinari sarebbe più adatta agli slum di Londra: abbiamo tutti un gingillo Apple in tasca, ma l’immaginario è inchiodato all’Ottocento). Se volete vedere una banca davvero cattiva – meglio, capace di scatenare da sola la crisi del 2008 – conviene aspettare “Margin Call” di J. C. Chandor. Il titolo significa “richiesta di copertura”, gli attori vanno da Demi Moore, a Zachary Quinto, a Paul Bettany, Kevin Spacey, a Jeremy Irons, che arriva in elicottero e vuole spiegata la faccenda senza paroloni tecnici, come si farebbe con un bambino o un golden retriever. E’ accaduto che il manager licenziato dalla banca d’affari ha lasciato al suo analista finanziario una chiavetta usb. Lui si fa due conti, e capisce che succederà il disastro, ma prima bisogna informare tutta la gerarchia gradino dopo gradino. Dopo che Giuliano Montaldo nell’“Industriale” ci ha attirati nella finanza che se ne frega dei valori umani e aziendali, ecco che la moglie del padrone Carolina Crescentini comincia a comportarsi in modo strano. Logica vorrebbe che la stranezza avesse a che fare con la fabbrica. Niente affatto, ha a che fare con un tradimento sentimentale (noi non abbiamo colpa, noi raccontiamo, e qualcosa bisogna svelare per far capire il punto). Corna borghesi, appena nobilitate con i toni del melodramma (secondo Giuseppe Tomasi di Lampedusa era l’unico genere praticato con passione dagli italiani: in musica, in letteratura, e pure nel cinema). E qua ci fermiamo, non senza aver notato che gli attori Crescentini, Favino, Scianna, paiono all’oscuro del cambiamento di tono. 

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