L’ERA LEGALE

L’ERA LEGALE

Abbiamo un debole per chi sfotte “Forrest Gump” di Robert Zemeckis, monumento al midcult e celebrazione dell’idiota anni 90, che non può competere con i predecessori letterari (i soliti russi, e l’americano Ignatius O’Reilly inventato da John Kennedy Toole). Abbiamo un debole preventivo per chiunque sfotterà a dovere “L’attimo fuggente” di Peter Weir: non è che mancassero, in patria e all’estero, sciocchezze sulla poesia – per non parlare delle sciocchezze sulla didattica – ma questo le mette insieme tutte e aggiunge del suo. Quando abbiamo sentito la frase: “Qualsiasi cosa ci sia nella cesta della verdura, è da considerarsi verdura”, abbiamo sperato che il resto del mockumentary napoletano fosse all’altezza. Dicesi mockumentary un oggetto cinematografico costruito come un documentario – interviste, voce fuori campo, immagini di repertorio, spezzoni di videocamere amatoriali – ma che non documenta un bel niente. Tutto inventato, come la band heavy metal di “This Is Spinal Tap” (diretto da Rob Reiner nel 1984 e ora tra i titoli custoditi alla Biblioteca del Congresso). Oppure il pioniere del cinema neozelandese ritratto in “Forgotten Silver” dal regista Costa Botes con Peter Jackson: coppola, cravatta a nastrino, girò film parlati e a colori prima dei rivali, ma siccome era povero e periferico il suo lavoro andò perduto. Oppure “Un giorno senza messicani” di Sergio Arau, modello (non raggiunto) per “Cose dell’altro mondo” di Francesco Patierno. “L’era legale” racconta il sindaco Nicolino Amore e le sue imprese (tra cui un soggiorno in galera, dove il nostro aiutava i secondini a finire le parole crociate). Nel 2020 Napoli è una città modello, senza spazzatura per le strade e senza droga. Nicolino ha fatto il miracolo, seguendo il suggerimento di una camorrista pentita. Poco prima, i politici litigavano in tv sul costo medio di una tangente, altro che litro di latte. Non mancano gli esperti, con obbligo di meridionalismo e tuttologia. E magari lì, suvvia, si poteva osare qualcosina in più, inchiodando Giancarlo De Cataldo, Carlo Lucarelli, Marcelle Padovani alle loro macchiette televisive. Il modello internazionale lo prevede: fanno la parte di loro stessi prendendosi in giro. A pensare male, li diremmo intoccabili perché amici del regista, che ha disegnato vignette per Repubblica, il Mattino, il Fatto, Cuore e il manifesto.  

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