LA TALPA

LA TALPA

Quando ancora si chiamava David Cornwell e lavorava nei servizi segreti britannici, John le Carré deve essersi annoiato parecchio. Le spie brave devono confondersi con la tappezzeria, mica scendere in alberghi di lusso e corteggiare splendide ragazze alla maniera di James Bond. Utile anche confondersi con le pareti della stanza insonorizzata – in un tono di arancione marcetto che pensavamo non fosse riproducibile al cinema, come l’azzurro delle cravatte fantasia, intonate alla pochette, che Benedict Cumberbatch sfoggia in ogni scena. (Dove lo abbiamo già visto? Era Sherlock Holmes nella serie della Bbc firmata Steven Moffat e Mark Gatiss – da noi su Italia 1, finora solo le tre puntate della prima serie – per confondere le idee qui torna al biondo naturale). Nella stanza imbottita di gommapiuma si prendono le decisioni importanti, a prova di segretaria curiosona o peggio al soldo del nemico sovietico. Lì viene licenziato George Smiley, ma lo sappiamo più avanti. Lo scopriamo, o meglio lo sospettiamo, se non ci siamo distratti nemmeno per un attimo. Tomas Alfredson, il regista di “Lasciami entrare”, per sfuggire a proposte miliardarie dove gli offrivano solo vampiretti e vampirette, ha deciso di far provare allo spettatore il brivido dello spionaggio, girando il film di conseguenza. Noi abbiamo scoperto il gioco, con molto piacere,  guardando “La talpa” per la seconda volta. Alla prima, siccome non contavamo le rughe attorno alla bocca di Gary Oldman per capire se era già licenziato dall’intelligence o ancora no, né siamo abbastanza bravi da datare un vestito di sartoria con approssimazione di dodici mesi (nel gran calderone degli anni 70), abbiamo arrancato un po’. Lo svedese ha scelto uno dei migliori romanzi di spionaggio mai scritti, ambientato prima che crollasse l’Impero del Male. Per John le Carré, anche autobiografico nel senso buono della parola (esclusi quindi i brufoli e le fidanzate traditrici). Smise di lavorare per l’intelligence britannica dopo che il tradimento di Kim Philby, uno dei cinque di Cambridge (una leggenda metropolitana sostiene che Ludwig Wittgenstein abbia dato una mano a reclutarli), fu smascherato e bruciò una serie di agenti, costringendoli al ritiro. Meno male: abbiamo guadagnato un bravo romanziere, riuscito a risollevarsi anche dopo la fine della Guerra fredda.

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