J. EDGAR

J. EDGAR

La superficie incuriosisce più dei retroscena. J. Edgar Hoover e Clyde Tolson pranzarono, cenarono, andarono in vacanza insieme per oltre quarant’anni. Fianco a fianco lavoravano, uno come direttore dell’Fbi (sotto otto presidenti), l’altro come direttore associato, dopo una promozione lampo. Erano invitati ovunque, dalla Casa Bianca ai night dove se la spassavano i divi di Hollywood e Walter Winchell raccoglieva indiscrezioni per la sua trasmissione radio (“Mr Winchell – La voce dell’America” è il bellissimo libro di Michael Herr che racconta tutti i pettegolezzi sul cronista, da Alet). Scrivevano insieme i biglietti di ringraziamento alle padrone di casa. Importa a qualcuno sapere se erano amanti? A noi sarebbe piaciuto sapere di cosa chiacchieravano alle cene, o come erano assegnati i posti a tavola. Invece Dustin Lance Black, cresciuto tra i mormoni e ora attivista per i diritti gay, lesbian e queer (le asticelle della correttezza politica salgono ogni minuto) smania per segnare il punto. Piazza nel film una signora Hoover che pare la mamma di Anthony Perkins in “Psycho” (Judi Dench e il regista collaborano, o almeno non si oppongono). Più una scena casalinga supercamp: vestaglie, gelosia, passaggio a vie di fatto, labbra con vampiresca goccia di sangue. Il film ne risente. Fino ad allora era un bel documentario sul primo poliziotto d’America. L’uomo che volle un catalogo centralizzato di impronte digitali, catturò il bandito Dillinger e diede la caccia ai rapitori di baby Lindbergh. Aveva mosso i primi passi catalogando libri alla Biblioteca del Congresso, dove fa la sua proposta – di matrimonio prima, di segretariato poi – a Helen Gandy (l’attrice è Naomi Watts). La prima viene rifiutata, la seconda conduce alla creazione di un doppio archivio parallelo a quello ufficiale. I maligni dicono che Hoover avesse materiale per ricattare chiunque, conosceva i peccatucci di Eleanor Roosevelt, di Martin Luther King, di John Kennedy. Ottima la ricostruzione d’epoca, con Leonardo DiCaprio che passa dai venti ai settant’anni senza mai sembrare finto o truccato (la mamma, dopo avergli scelto la cravatta, gli dice: “deciditi a fumare, segui i consigli del dottore”). A parte le scene malriuscite di indagine psicologica, il punto di vista coincide con quello di Hoover, che racconta le sue magnifiche ossessioni. Per questo gli adoratori di Clint hanno da ridire.

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