IL FIGLIO DI BABBO NATALE

IL FIGLIO DI BABBO NATALE

O ci stiamo facendo l’abitudine, oppure il Natale non è così melassoso come lo si dipinge. Per esempio, sono scomparsi i film che per scongiurare il diabete cinematografico avevano per protagonisti Babbi Natale deviati, ubriaconi, rapinatori di banche, quando non capitalisti in proprio e sfruttatori di elfi. Non servono più. Alla premiata ditta Aardman di “Wallace e Gromit”, “Galline in fuga”, “La maledizione del coniglio mannaro”, “Giù per il tubo” (in ordine cronologico e di sviluppo tecnico, dai pupazzetti in plastilina al computer che lascia le impronte, come se i personaggi fossero modellati a mano) basta una famiglia quasi normale. Nonno Natale in poltrona in compagnia della sua vecchia renna malandata, con collaretta in plastica perché non si gratti. Babbo Natale panciuto che non vuol saperne di andare in pensione. La nuova generazione che freme per prendere il comando della ditta familiare. Metà della nuova generazione, a essere precisi. Il figlio Steve, alias Rambo Natale – barbetta sagomata a forma di albero, divisa mimetizzata rossa e verde – smania per dirigere le squadre speciali superorganizzate che calandosi dall’astronave, tra mezzanotte e l’alba, entrano nei camini e consegnano a ogni bambino nel mondo il regalo richiesto. L’altro figlio, Arthur Natale, è un bamboccione buono soltanto per rispondere alle letterine. I registi e gli sceneggiatori dicono di aver fatto calcoli precisi, che Babbo Natale ce la potrebbe fare a consegnare due milioni di regali, aiutato da qualche commando di elfi ben addestrati (migliaia di commando addestrati alla guerriglia, e una centrale operativa che pare la Nasa, con molti elfi asiatici al computer). Sarà la routine, sarà la fretta, una bambina in Cornovaglia rimane senza la sua biciclettina. Quantità trascurabile, pensa Rambo Natale. Babbo Natale è già a letto. Rimangono svegli Arthur e il Nonno sdentato, che tira fuori la vecchia slitta (nascoste in una stalla, spuntano altre renne piene di acciacchi ma ancora vogliose di provare l’emozione del volo). L’idea è bella, la realizzazione sublime: ormai solo i film di animazione sono pieni di battute a raffica, di citazioni, di strati, di azione, di gag, per far divertire un pubblico compreso tra 9 e i 90 anni. Noi abbiamo un debole per l’elfo impacchettatore Bryony, con piercing al sopracciglio. Grido di battaglia: “C’è sempre tempo per il fiocco”.

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