EMOTIVI ANONIMI

EMOTIVI ANONIMI

Certi film seducono. Certi film ricattano. Questo ricatta, così smaccatamente che andrebbe denunciato alla polizia cinematografica. Va bene che è Natale, che siamo tutti più buoni, che c’è da acchiappare il pubblico avanzato dai cinepanettoni – anche loro avanzati e stantii nell’anno di grazia 2011. Fa da esca una commediola di buoni sentimenti, tenerezza, cioccolatini, e un tocco francese che non guasta mai. Pur con queste premesse, gli “Emotivi anonimi” sono un po’ troppo. Fabbrica di cioccolato sul punto di fallire, commessa viaggiatrice inadatta al compito (e in segreto sublime cioccolataia, peccato sia troppo timida per mostrarsi). Padrone che pare un cerbero, in realtà anche più timido della nuova impiegata bionda. Perde il filo del discorso quando suona il telefono (“non so chi c’è dall’altra parte”, confessa allo psicoanalista, e in epoca di cellulari basta per misurare quanto il film sia retrodatato). Lei, meno abbiente, frequenta le riunioni degli “Emotivi anonimi”, che in dodici passi ti disintossicano: “Mi chiamo Angélique e sono timida”, fa appena in tempo a sussurrare, prima dello svenimento. Tutta l’imbranataggine viene sistemata nella sceneggiatura come capita, senza una vera trama. Una scenetta dietro l’altra, senza decidere se siamo in una favola oppure in un film realistico, c’è perfino un tentativo di musical. I due, francamente, sembrano un po’ troppo cresciuti per concedersi certe insicurezze (e se uno si guarda in giro, il problema sembra essere l’opposto: l’autostima è fin troppa, anche senza corsi). Sono anche poco attraenti, nel senso del personaggio cinematografico. Non manca il ricatto della storia autobiografica: il regista Jean-Pierre Améris, al suo quinto film, dichiara la sua patologica timidezza (ma avete presente quante persone aspettano gli ordini del regista, sul set?). Simile ai suoi due patetici innamorati che passeggiano sotto la pioggia perché alla fiera del cioccolato c’è una camera sola, con letto matrimoniale. Il cioccolato serve come metafora della vita. “In ogni cioccolatino davvero buono c’è una punta di amaro”. A volte quando lavori il cioccolato sembra che tutto vada storto, poi si sistema come per miracolo. Varrà in pasticceria, ma per i film non funziona: vanno messi a posto faticando, senza sperare nella gentilezza degli spettatori.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi