LE IDI DI MARZO

LE IDI DI MARZO

C’è il verme nella mela. Per quanto “Le idi di marzo” sia un film ben scritto, ottimamente recitato, diretto come un classico film americano di impegno civile datato anni Settanta, l’idea che uno spin doctor di successo non sappia quanto sia pericoloso scoparsi le stagiste introduce un sovrappiù di ingenuità. Egli non sa neppure che la politica, dietro le quinte, ha la sua buona dose di tradimenti, manchevolezze, miserie umane, smania di primeggiare, amicizie che vanno e vengono. E che le giornaliste sono dalla tua parte finché azzannano la notizia (negli Stati Uniti: qui sono dalla tua parte fino a quando arriva il “Contrordine, compagni”, la notizia risulta trascurabile e dunque trascurata). Lo dovrebbe sapere per esperienza diretta. In mancanza, bastava andare qualche volta al cinema. A vedere, per esempio, “Mr. Smith va a Washington”, girato da Frank Capra sessant’anni fa (e Frank Capra da Bisacquino non era di certo un regista cinico o nichilista). James Stewart era il senatore Jefferson Smith, ingenuo e sognatore coinvolto dai compagni di partito in una speculazione edilizia. Per convincerlo, gli promettono un progetto a favore dei boy scout, figuriamoci. A quei tempi non c’era Wikileaks, non c’era stato il Watergate, e neppure avevamo visto “The West Wing” di Aaron Sorkin, l’ignoranza era tollerata. George Clooney ha la parte di Mike Morris, governatore dell’Ohio – scelto non a caso: è uno “spring state” che spesso anticipa i risultati elettorali.  il perfetto candidato democratico alle primarie: telegenico, integerrimo, pacifista, pieno di progetti equi e solidali, bravo a mettere nel suo staff lo speech writer Ryan Gosling. Parentesi: l’attore di “Drive” si fa ammirare più di Clooney (e Clooney in veste di regista è bravo a non fargli ombra, si prenderà la rivincita in “The Descendants” di Alexander Payne: un guardaroba di camicie hawaiane che lo porterà agli Oscar passando per i Golden Globe). Il novellino risponde incautamente a una telefonata, e ancora più incautamente si presenta a un appuntamento con la concorrenza. Nella persona dello scafatissimo Philip Seymour Hoffman, che comincià da maniaco sessuale in “Happiness” di Todd Solondz e in “Moneyball” di Bennett Miller è un credibile allenatore di baseball. Evan Rachel Wood fa la stagista, e non ha bisogno di imparare come si seduce un uomo.

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