MONSTERS

MONSTERS

Restano male gli amanti dell’orrore: i mostri tardano, e quando finalmente compaiono abbiamo già la testa altrove. Son soddisfatti gli altri spettatori, in cerca di un film a basso costo, con azione e brividi sapientemente organizzati. Meno di un milione di dollari, ben spesi da un regista e sceneggiatore debuttante con un passato negli effetti speciali. In “Monsters” l’inglesino classe 1975 nato a Nuneaton (come George Eliot e Ken Loach) ha fatto per risparmio anche il montatore e il direttore della fotografia. Ottimo investimento. Si è fatto notare, ora la Warner in società con la Legendary Pictures gli ha affidato il prossimo Godzilla: tecnicamente un reboot, un nuovo inizio dopo il disastro clamoroso del film diretto nel 1998 da Roland Emmerich (l’unico regista nanerottolo che si arrampica sulle spalle del gigante Shakespeare – in “Anonymous” – riuscendo a far sembrare “Shakespeare in Love” un capolavoro, aveva già il lucertolone giapponese sulla coscienza). Siamo tra Messico e Stati Uniti. Sei anni fa (spiegano i titoli di testa) la Nasa aveva scoperto forme di vita aliena su un lontano pianeta, mandando nello spazio una navicella per acquisire qualche campione. Missione compiuta. O così sembrava prima che il vascello spaziale si schiantasse, liberando le creature. Ora in Messico c’è una gigantesca zona infetta, e i giornalisti d’assalto si sentono offrire ricchi compensi per la foto di un bambino dilaniato dai poliponi. Niente invece per la foto di un bambino felice, chiarisce la bella Sam, la figlia del magnate che fissa i prezzi. Fa la turista in Messico, perde l’ultima nave che potrebbe riportarla negli Stati Uniti (via terra c’è un muro piuttosto alto), può contare ormai solo sul cinico giornalista (papà lo ha chiamato per incaricarlo ufficialmente: voglio qui mia figlia, sana e salva) e un anello di fidanzamento grosso come una nocciola. Più che un film horror, viene in mente Pamela Tiffin in “Uno, due, tre!” di Billy Wilder: la figlia del padrone appena arrivata da Atlanta a Berlino ha sposato un comunista, bisogna tirarla fuori dai guai. Oppure “Accadde una notte”, per la strana coppia formata dall’ereditiera Claudette Colbert e dal giornalista Clark Gable. Perfino “Lost in Translation”. Rifatti con i mezzi di bordo, certo. Ma l’orecchio per i dialoghi non costa niente. E le scaramucce sentimentali fanno un bel contrasto con l’horror.

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